Piovono bombe che esplodono nelle viscere della terra. Sfrecciano missili ipersonici che colpiscono tanto le infrastrutture militari che civili. Gli europei si sono risvegliati, dopo 25 anni di torpore, e hanno scoperto che la guerra è tornata. Non è una novità.
Chi ricorda la meravigliosa descrizione della belle époque del grande intellettuale austriaco Stefan Zweig ritrova gli stessi colori: senso di sicurezza, fiducia nei benefici della prima globalizzazione. Sorpresa! Poco dopo detonò la Prima guerra mondiale.
Dobbiamo allora scavare rifugi antiatomici in giardino come fecero alcuni al tempo della crisi dei missili di Cuba del 1963? La risposta è negativa. Raramente la storia si ripete due volte. Ma ciò che è certo è che la grande, arrogante, utopia degli anni 90 di un mondo a guida unipolare degli Stati Uniti all’insegna di un inarrestabile cosmopolitismo economico e culturale è crollata definitivamente.
Ci possiamo scordare il tempo degli interventi umanitari all’insegna dei diritti fondamentali. Possiamo togliere dal congelatore in cui era stata relegata la sovranità statale, che si riprende una spettacolare rivincita. Dobbiamo rassegnarci alla fine definitiva del primato dell’Occidente, contestato e ripudiato, come ipocrita e doppio pesista, da potenti identità nazionali che hanno piantato solide radici.
Ma in che direzione andiamo allora? Per capirlo è preziosa la lettura dell’ultimo libro dell’eminente studioso di relazioni internazionali Alessandro Colombo [Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina, 2025] che non tratta con i guanti il lettore, stordito da decenni di manipolazione dell’informazione.
I sintomi del crollo si vedevano da tempo. I penosi e sanguinosi fallimenti in Iraq e Afghanistan, la crisi finanziaria del 2008, il Covid non sono stati interpretati per quello che erano: ossia, segni di un sistematico cedimento della sicurezza internazionale guidata dall’egemonia degli Stati Uniti.
Se astraiamo per un momento dalla ovvia condanna dello spargimento di sangue di Putin in Ucraina, capiamo che la partita per la Russia era ben più importante che riacquistare una manciata di territori. Era invece quella di rivendicare alla Russia di Pietro il Grande il diritto di sedersi al tavolo delle superpotenze, senza essere trattata con condiscendenza dai ricchi occidentali.
Stesso discorso per Israele. La posta in gioco qui era quella di affermarsi una volta per tutte come la potenza egemone del Medio Oriente grazie a una strabiliante manifestazione di potenza militare e senza alcun riguardo per il rispetto del diritto internazionale, sia esso a beneficio dei palestinesi, dei libanesi o degli iraniani. Il medesimo fenomeno si sta verificando nell’indo-pacifico dove India e Cina si contenderanno l’egemonia regionale a colpi di imponenti dimostrazioni muscolari.
Persino il Brasile e il Sudafrica hanno capito che possono giocarsi le carte di imporsi come potenze egemoni nel grande spazio in cui sono collocati. Siamo quindi in presenza dell’avvento del multipolarismo, del ritorno di una sovranità proiettata all’esterno dei suoi confini per conquistarsi vassalli, di una inevitabile decadenza dell’Europa, destinata a rassegnarsi al ruolo di invitato bene educato al party delle grandi potenze regionali. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di Giurisprudenza di Firenze