Questa casa non è un albergo. Ma la speranza è che presto diventi un luogo di cura. Il miglioramento del servizio sanitario italiano «deve imperniarsi su l'assistenza domiciliare - in primis per le malattie croniche - integrata con la telemedicina e garantita da professionisti con competenze specifiche per garantire ai cittadini le migliori cure possibili e allo stesso tempo efficientando la spesa pubblica». Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza, Giuseppe Milanese, presidente Confcooperative Sanità e presidente Gruppo Osa.
Non solo infatti l'assistenza domiciliare «impedisce alla gente di rivolgersi esclusivamente all'ospedale, ingolfando i pronto soccorso e scontando una degenza media che è ormai superiore alla media europea». Ma soprattutto consentirebbe un risparmio allo Stato italiano di 8 miliardi l’anno. Un numero che tiene conto del fatto che, stando alle rilevazioni dell’Istat, «su 14 milioni di visite annuali all’ospedale, ben 10 milioni sono evitabili». E che un giorno in ospedale costa alle casse pubbliche 960 euro, mentre le stesse cure a domicilio quattro quinti in meno.
Una boccata d’aria per i conti pubblici di un Paese, che ha sfiorato i 3 mila miliardi di debito, ma che spende in sanità pubblica meno della media europea sia in rapporto al pil (-0,6%) sia a livello pro-capite (-807 euro). E una cifra significativa anche per il settore se si considera che la terza manovra dell’esecutivo Meloni (vedere pagina 6) dovrebbe riuscire a stanziare 2 miliardi in più per il Fondo sanitario nazionale. In particolare è in cantiere una detassazione dell’indennità per medici e infermieri per un valore di circa 400 milioni di euro: la flat tax passerebbe dal 43 al 15%.
La strada da percorrere è sicuramente in salita. Innanzitutto in Italia l’assistenza domiciliare raggiunge solo il 3-4% dei pazienti laddove, ad esempio, in Francia la quota è del 15%. Dove esiste l’assistenza questa si limita comunque a «prestazioni occasioni non trasformandosi in prese in carico continuative, tanto che le ore di cure a casa per singola persona sono in media 12», riporta Milanese.
Per giunta, se le risorse necessarie ci sono, visto che il Pnrr stanzia 3 miliardi per permettere all’Italia di raggiungere con le cure domiciliari il 10% degli over 65 (ossia 1,3 milioni di italiani rispetto ai 400 mila di oggi), resta «il rischio concreto che le Regioni non riescano a spendere le risorse nei prossimi 4 anni e con i target molto stringenti fissati anno per anno».
Una cornice che potrebbe essere ulteriormente aggravata dalla riforma sull’autonomia differenziata che va ad acuire i gap territoriali esistenti. «L’aspettativa di vita di un bambino che nasce a Napoli è di tre anni inferiore rispetto a uno che nasce a Padova», ha raccontato Milanese. Non sorprende che ci sia un fenomeno di migrazione sanitaria, ossia di «persone che vanno via dalle proprie regioni per trovare risposte in Lombardia o in Emilia, che sono le uniche due aree con flussi positivi in entrata». Eppure «come ha dimostrato dolorosamente il Covid in Lombardia, le eccellenze ospedaliere senza un sistema territoriale adeguato non riescono a garantire il diritto di cura ai cittadini». (riproduzione riservata)