Quattro milioni e mezzo di italiani rinunciano a curarsi. Mentre il fuoco incrociato delle polemiche sui fondi al Ssn continua a divampare nel dibattito politico post-manovra, il Cnel mette nero su bianco un dato tanto impietoso quanto preoccupante: nel 2023, dice il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro nell’ultima Relazione sui servizi pubblici, il 7,6% della popolazione si è vista costretta a dire no alle prestazioni sanitarie. Un dato, quello reso noto dall’ente presieduto da Renato Brunetta, che segna un ulteriore incremento rispetto al 7% del 2022 e al 6,3% del 2019.
Diverse le motivazioni alla base di questa dinamica: problemi economici (sostanzialmente stabili nell’ultimo quinquennio, dal 4,3% del 2019 al 4,2% del 2023, con la parentesi del 2,9% negli anni del Covid), liste d’attesa interminabili (per le quali le rinunce sono aumentate dal 2,8% del 2019 al 4,5% del 2023), difficoltà nel raggiungere i luoghi di erogazione del servizio.
Fa caso a sé il picco dell’11% nel 2021, quando le conseguenze legate alla crisi pandemica portarono la percentuale dei rinunciatari in doppia cifra. Come prevedibile, la pandemia ha rappresentato una barriera quasi insormontabile per l’accesso alle prestazioni sanitarie: nel 2020 a rinunciare almeno una volta era stato il 4,9% degli italiani, seguito da un 5,9% nel 2021. Scemata la grande paura, il dato era poi rientrato all’1,2% nel 2022 per esaurirsi nel 2023 con appena lo 0,1%.
A rinunciare ad accertamenti e visite mediche (eccezione fatta per quelle odontoiatriche) sono più le donne (9% contro il 6,2% degli uomini) e, in termini di fasce d’età, quella compresa tra 55 e 59 anni (11,1%). Leggermente migliore il dato tra gli over 75 (9,8%), mentre tra i bambini fino a 13 anni la stima scende all’1,3%.
Su base territoriale, la percentuale più alta di rinunciatari si trova nel Centro Italia (8,8%), seguito dal Sud con il 7,7% e, a sei decimali di distanza, il Nord. Su base regionale, il podio è composto da Sardegna (13,7%), Lazio (10,5%) e Marche (9,7%): sotto il 6%, all'estremo opposto della classifica, Friuli-Venezia Giulia, province autonome di Trento e Bolzano, Emilia-Romagna, Toscana e Campania.
Per provare a snellire le liste d’attesa – che, a partire da febbraio, saranno monitorate da una nuova Piattaforma nazionale in mano all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) – per il 2025 la manovra licenziata in ultima lettura dal Senato sabato 28 dicembre stanzia 61,5 milioni di euro (+0,5%) finalizzati all’acquisto di prestazioni da soggetti privati accreditati (somma destinata a raddoppiare a 123 milioni l’anno dal 2026, quando dovrebbero partire anche le nuove assunzioni) nel quadro di un finanziamento complessivo del Fondo sanitario che, forte degli 1,3 miliardi previsti dall’ultima legge di bilancio, si attesterà sui 136,5 miliardi con un’incidenza sul pil nel biennio 2025-26 in calo al 6,05% dal 6,12% del 2024. Trend destinato a peggiorare ulteriormente negli anni a seguire, con il 5,9% previsto per il 2027, il 5,8% del 2028 e il 5,7% del 2029.
D’altro canto, in occasione del varo del Piano strutturale di bilancio, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato «l’impegno del governo a tenere la spesa sanitaria sopra l’1,5% in rapporto al pil previsto in media per i prossimi sette anni», ossia l’arco temporale di riferimento del Psb. (riproduzione riservata)