La Banca centrale russa ha convocato una riunione di urgenza per martedì 15 agosto 2023, con all’ordine del giorno una possibile decisione sui tassi di interesse. L’istituto guidato da Elvira Nabiullina cerca così di intervenire velocemente per limitare l’indebolimento del rublo che sta causando un forte incremento dei costi sui finanziamenti. Il fenomeno monetario, si apprende da una nota stampa, sarebbe dovuto alla «forte riduzione del surplus delle partite correnti».
A distanza di poco meno di un anno e mezzo dall’invasione in Ucraina da parte della Russia, infatti, l’economia di Mosca registra un’avvenimento valutario che non si verificava da marzo 2022: il cambio rublo/dollaro ha superato la barriera psicologica dei 100 rubli per un dollaro, nel contesto di un percorso di progressivo indebolimento della valuta russa iniziato nell’estate del 2022.
Nei giorni successivi all’invasione Russa in Ucraina del 24 febbraio 2022, infatti, il rublo si era fortemente svalutato, toccando un picco di 140 per un dollaro. La moneta aveva poi registrato un periodo di performance positivo di circa sei mesi, riuscendo a raddoppiare il proprio valore e raggiungendo un valore minimo nel range dei 50-60 rubli per dollaro. Da giugno 2022, tuttavia, la forza della moneta si è ridotta, in un processo relativamente costante.
La progressiva perdita di valore del rublo è stata accompagnata da un’aumento dell’indice della borsa di Mosca. L’indice Moex (che è misurato in rubli) era in aumento da sette settimane a venerdì 11 agosto, all’interno di un percorso di crescita di più ampio respiro il cui inizio è riconducibile a settembre 2022.
La Banca Centrale Russa sta cercando di supportare il cambio dollaro rublo incrementando i tassi di interesse. Nella decisione sul costo del denaro di luglio 2023, l’istituto ha deciso di aumentare il livello del tasso chiave, che determina gli interessi pagati su quasi tutte le facilty di prestito dell’ente, di 100 punti base portandolo all’8,5%.
L’agenzia di stampa Reuters riporta che Maxim Oreshkin, dal gennaio 2020 consigliere economico del presidente della Russia, Vladimir Putin, avrebbe scritto un editoriale per l’agenzia di stampa Tass. Nell’intervento, l’esperto avrebbe affermato che «il Cremlino vuole un rublo forte» e che si aspetta a breve una normalizzazione del cambio. Reuters riporta che l’articolo potrebbe mettere in moto la Banca Centrale Russa ancor prima della prossima decisione sui tassi di interesse ufficiale, che dovrebbe tenersi il 15 settembre.
Oreshkin ha anche dichiarato che «il motivo principale dell’indebolimento del rublo e dell’accelerazione dell’inflazione è una politica monetaria debole». Il consigliere ritiene che la banca centrale abbia tutti gli strumenti per normalizzare la situazione e che avere un rublo debole «complica la trasformazione strutturale dell’economia e ha effetti negativi sui redditi reali delle persone».
Reuters riporta che gli investitori starebbero perdendo fiducia nelle «depositary receips» o certificati di deposito: degli strumenti che permettono ai risparmiatori di poter investire in azioni estere in exchange diversi rispetto a quello domestico dell’impresa.
Un esempio sono le azioni Shell quotate all’New York Stock Exchange: in quel caso l’accordo è con JP Morgan che si occupa di mantenere i prezzi bid-ask per i certificati in dollari (ogni certificato equivale a due azioni ordinarie) in linea con quelli delle contrattazioni europee.
Questo genere di accordi sono anche usati dalle aziende russe per facilitare gli scambi e per incentivare gli investitori internazionali ma, proprio in merito a questi strumenti, Reuters riporta che «Mosca si è mossa per delistare i certificati di deposito russi dagli exchange internazionali in ritorsione alle sanzioni occidentali». (riproduzione riservata)