I prezzi del petrolio stornano dopo l’ultima corsa, in un contesto di tensioni commerciali (solo +37 mila i posti di lavoro nel settore privato a maggio negli Stati Uniti) e politiche (Iran), mentre l’aumento della produzione da parte dell’Opec+ è compensato dal calo dell’offerta canadese causato dagli incendi boschivi.
I futures sul Brent arretrano dell’1,39% a 64,72 dollari al barile e quelli sul Wti dell’1,20% a 62,65 dollari al barile dopo i dati sulle scorte settimanali di petrolio negli Stati Uniti: comprese quelle nella Strategic Petroleum Reserve, sono calate di 3,8 milioni di barili nella settimana chiusa il 30 maggio (-2 milioni nella settimana precedente). Escludendo la Spr, sono scese di 4,3 milioni di barili, oltre il calo atteso di 3,1 milioni.
Da una parte c’è il piano dei produttori dell’Opec+ di aumentare di nuovo la produzione di 411.000 barili al giorno a luglio, che si aggiungono agli incrementi già previsti per maggio e giugno, dall’altra c’è la riduzione della produzione in Canada di circa 344.000 barili al giorno a causa degli incendi in tre province: Alberta, Saskatchewan e British Columbia.
Entrambi i benchmark sul greggio sono cresciuti del 2% martedì 3 giugno, raggiungendo il massimo delle ultime due settimane, a causa delle preoccupazioni sulle possibili interruzioni dell’offerta e dell’aspettativa che l’Iran, membro dell’Opec, avrebbe respinto la proposta degli Stati Uniti sul nucleare, fondamentale per allentare le sanzioni.
Così è stato. Oggi, 4 giugno, la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che la proposta statunitense fatta al suo Paese per raggiungere un accordo sul nucleare va contro gli interessi dell'Iran. «La proposta presentata dagli americani è al 100% in contrasto con lo slogan noi possiamo», ha dichiarato Khamenei, aggiungendo che «l'Iran non aspetta la luce verde degli Usa per prendere decisioni». Washington ha chiesto a Teheran di fermare l'arricchimento dell'uranio. Il tutto dietro la minaccia di Israele di bombardare i siti nucleari iraniani.
«Le tensioni geopolitiche continuano a ribollire sullo sfondo, con rischi rialzisti per i fondamentali, dato che le esportazioni di petrolio di Russia e Iran restano elevate», ha affermato Amarpreet Singh, analista di Barclays.
In realtà, secondo Bloomberg, le entrate della Russia derivanti dal petrolio nel bilancio statale sono scese il mese di maggio di oltre il 35% a 512,7 miliardi di rubli, il livello più basso da giugno 2023, a causa del calo dei prezzi del greggio per la politica tariffaria del presidente statunitense Donald Trump, che minaccia di rallentare l’economia globale, mentre l’Opec+ ha accelerato la ripresa della propria produzione in un mercato già ben fornito.
Lo scorso fine settimana, Arabia Saudita e Russia hanno raggiunto un compromesso sull’aumento della produzione a luglio: Riad spingeva per un incremento maggiore, mentre Mosca sosteneva una pausa, secondo quanto riferito a Reuters da fonti Opec+ informate dei negoziati. Anche il rublo più forte ha contribuito alla riduzione dei proventi del settore petrolifero. La valuta russa si è apprezzata del 10% nel periodo fiscale considerato, raggiungendo 83,317 rubli per dollaro Usa. All’inizio del mese, Igor Sechin, amministratore delegato del principale produttore di petrolio russo Rosneft Pjsc, ha criticato la banca centrale del Paese per aver mantenuto un tasso di cambio che riduce i ricavi sul greggio. Petrolio e gas rappresentano circa un terzo delle entrate fiscali di Mosca.
Ufficialmente, l’obiettivo dell’Opec+ sarebbe quello di rispondere all’impennata stagionale della domanda (viaggi estivi e consumo di carburanti) ma la scelta di aumentare la produzione risponderebbe anche ad altre esigenze. «La decisione andrebbe incontro alla richiesta del presidente Trump, che da mesi sollecita un contenimento dei prezzi del greggio per sostenere l’economia americana e frenare l’inflazione», ha spiegato l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo. Inoltre, l’Arabia Saudita non avrebbe nascosto la volontà di penalizzare i membri meno disciplinati, in particolare Iraq e Kazakistan, rei di non aver rispettato le quote concordate. Il prossimo meeting è fissato per il 6 luglio: in quell’occasione verrà stabilito il livello della produzione di agosto. (riproduzione riservata)