Il consolidamento sta cambiando le geografie del sistema bancario italiano, ma condurre in porto un’operazione rimane complicato. Regole nazionali e comunitarie rischiano di rallentare i deal, mentre la tutela dei territori viene spesso persa di vista. Ne è convinto Giuseppe Rumi, avvocato d’affari di lungo corso, partner e responsabile del focus team banche di BonelliErede, uno degli studi legali più attivi nel risiko.
Domanda. Come valuta l’accelerazione delle operazioni di concentrazione bancaria che si è vista in Italia nell’ultimo anno?
Risposta: Il mercato bancario ha vissuto una stagione di consolidamento senza precedenti, divenendo più competitivo nel contesto economico-finanziario europeo e globale in tumultuosa evoluzione. Il risultato deriva da una combinazione di fattori convergenti: tassi ancora favorevoli, pressione competitiva e regolamentare, slancio verso rinnovate economie di scala, sinergie, innovazione tecnologica e redditività e, per certi versi, anche dinamiche emulative. Ogni operazione ha avuto un suo razionale, una sua genesi e un suo risultato: per alcune l’esito positivo era forse prevedibile, per altre più sorprendente. In ogni caso, la crescente concorrenza internazionale e quella sempre più pressante dello shadow banking system spingono le banche italiane a muoversi con maggiore rapidità e decisione.
D. Il ruolo di regolatori e governi è stato decisivo nell’ultimo round di operazioni straordinarie all’interno del sistema bancario. C’è chi ritiene che ne abbia perfino guidato l’esito, tracciando le nuove geografie del settore. Partiamo dalle autorità europee, a partire dalla Bce. A suo avviso come hanno influenzato l’ultima fase di consolidamento?
R. Nel decennio scorso c’è stato un affiancamento di attribuzioni e poteri decisionali: alle competenze e al rigore dei funzionari di Roma, notoriamente tra i più preparati tra i supervisori europei, si è aggiunta Francoforte. Da allora, come noto, le operazioni di M&A bancario non hanno più un carattere esclusivamente domestico, ma richiedono il coinvolgimento di autorità nazionali – incaricate dell’istruttoria e della redazione della cosiddetta draft opinion – e sovranazionali. Questa articolazione di competenze presenta pregi e difetti: se la dimensione sovranazionale assicura il level playing field e rende uniforme il processo valutativo, il coinvolgimento di più regolatori può determinare rallentamenti, anche incertezze e una burocrazia che spesso incide sul fattore tempo, essenziale nelle operazioni di soggetti quotati. Ciò premesso, in questi mesi abbiamo assistito ad un attento scrutinio delle operazioni di mercato da parte dei regolatori, cui si è accompagnato un delicato esercizio di bilanciamento di esigenze istituzionali, doveri di tutela e monitoraggio di operazioni apparentemente fuori dall’ordinario. Come ricordato dallo stesso Governatore Panetta, l’ultima parola spetta al mercato e non può che essere così – ne è riprova il caso Bbva/Sabadell.
D. L’Italia è riuscita a integrare le regole europee con le specificità locali?
R. Non sempre, anche se si parla ormai moltissimo di semplificazione e maggiore armonizzazione dei quadri normativi nazionali. Ci sono casi in cui normative europee o nazionali, se applicate rigidamente e indistintamente, possono penalizzare le banche più specializzate.
D. Mi faccia un esempio.
R. C’è all’orizzonte un tema molto rilevante sugli npl: Bce ha posto in consultazione un documento che estende alle Less Significant Institutions (Lsi) le regole più stringenti previste per le banche soggette alla vigilanza diretta di Francoforte, con conseguenze potenzialmente penalizzanti per gli istituti operanti nel settore. È un intervento normativo che va monitorato con grande attenzione: si rischiano effetti distorsivi con un approccio eccessivamente rigido e non adeguatamente bilanciato da meccanismi volti ad assicurare i principi di proporzionalità e di parità di trattamento.
D. Che effetti probabili prevede?
R. Un’applicazione “omnibus” della normativa penalizzerebbe le Lsi specializzate nel settore che gestiscono questi asset professionalmente e in modo prudente, aprendo invece spazio a soggetti non vigilati e con politiche e prassi molto più aggressive. Occorre tenere in debita considerazione le peculiarità delle diverse categorie di operatori e le specificità dei relativi mercati, in coerenza con l’obiettivo della norma di rafforzare il sistema.
D. Si discute molto anche della difficoltà di fare operazioni transfrontaliere
R. Le operazioni transfrontaliere continuano a essere uno dei punti più sfidanti del sistema europeo. Nonostante il significativo avvicinamento delle normative nazionali e di parte delle prassi di vigilanza, le operazioni cross-border sono ancora ritenute rischiose e politicamente sensibili, a causa delle persistenti specificità locali specialmente a livello fiscale e giuslavoristico. Pesano, in tal senso, il fisiologico ring-fencing delle realtà nazionali ed i pochi ambiti nei quali le competenze regolamentari non sono chiaramente tracciate tra le varie autorità nazionali. Mi riferisco, ad esempio, all’assenza di un sistema paneuropeo di protezione dei depositi e di vigilanza sui rapporti con la clientela, nonché ai conseguenti riflessi sull’effettività dei controlli. Spesso, i meccanismi di supervisione non riescono a intercettare con tempestività le criticità operative e questo può aprire la strada a rischi reputazionali e sistemici.
D. Anche i governi nazionali hanno avuto un ruolo attivo nel processo di consolidamento in corso. Lo dimostra il caso del Golden Power italiano. Che opinione si è fatto?
R. I casi sono stati diversi, emblema, forse, di un’Europa in cui tutti invocano il consolidamento e la semplificazione, ma devono poi fare i conti con i multiformi interessi in gioco. Aspettiamo di vedere le prossime iniziative della Commissione Europea nelle prossime settimane, a riguardo. In ogni caso, chi lavora nel settore percepisce chiaramente la necessità di regole comuni e trasparenti: la tutela della stabilità del sistema e degli interessi nazionali in settori strategici non deve diventare un ostacolo burocratico. Vorrei precisare un concetto: personalmente, sono assolutamente a favore di un’impostazione politica volta alla tutela delle specificità locali, alla stabilità del sistema, al riavvicinamento di giovani, anziani e imprenditori verso un modo sano di fare banca. È, in questa chiave, importante l’equilibrio tra tutela nazionale e competitività, così da non scoraggiare investimenti o aggregazioni virtuose con ricadute positive su territori, famiglie e imprenditoria.
D. Ha parlato di banche di territorio. Pensa che giochino ancora un ruolo rilevante?
R. Si, personalmente credo giochino un ruolo fondamentale. L’attenzione al territorio, alle imprese locali, ai giovani e all’educazione finanziaria non può essere trascurata. Personalmente, credo nella necessità di un adeguato bilanciamento tra efficienza finanziaria e responsabilità sociale: le banche del territorio sono un punto di riferimento essenziale per economia, cultura e coesione sociale, in particolare in un Paese come l’Italia in cui i risparmiatori guardano ancora con grande attenzione alle realtà bancarie locali. È grazie a questi principi, tipici della nostra cultura, che potremo accreditarci come player anche a livello transfrontaliero.
D. In sintesi, come dovrebbe muoversi in questo quadro il sistema bancario italiano?
R. Con responsabilità, equilibrio e lungimiranza, in considerazione del ruolo centrale che riveste per l’economia del Paese. Occorre tutelare il territorio, promuovere l’educazione finanziaria e valorizzare le banche che operano con prudenza e trasparenza. Solo così possiamo costruire un sistema stabile, di supporto alle comunità e in grado di competere anche con operatori transnazionali. (riproduzione riservata)