Nell’ultimo anno le azioni della piattaforma di trading sono salite di oltre il 100% diventando una delle promesse del Nasdaq. E per il 2026 gli analisti vedono ancora utili in crescita. Continuerà a fare ricchi i soci?
Nel nome più che evocativo, c’è la promessa. Esplicita. Quel «rubare ai ricchi per dare ai poveri», insito in Robinhood. La piattaforma di trading finanziario americana avrà senz’altro reso più di un cliente ricco, mentre qualcuno si sarà scottato come accade quando si investe in borsa. Quel che è indubbio è che a ingrassarsi sono stati i principali azionisti, in primis i due fondatori, Vlad Tenev e Baiju Bhatt, due compagni di college a Stanford che hanno fondato la società nel 2013, quotandola poi in borsa nel 2021.
Nel 2025 la società ha corso sul Nasdaq come un treno. Dopo aver accumulato un passivo tipico delle start up per oltre 5 miliardi, è ora diventata una delle grandi cash cow. Nel 2024 ha raggiunto il primo utile da 1,4 miliardi (su meno di 3 di fatturato) e nel 2025 la marcia trionfale è proseguita.
Nei primi 9 mesi dello scorso anno la piattaforma online, dove si negoziano azioni e crypto valute ha prodotto utili netti per 1,2 miliardi su 3,2 miliardi di ricavi con una crescita in 12 mesi del 68% del fatturato e del 141% degli utili. E per il 2026 le stime degli analisti, raccolte da S&P Global Market Intelligence, parlano di un fatturato di oltre 5,5 miliardi con utili per quasi 2,5 miliardi.
Di fatto è ormai una delle growth stock più esplosive del mercato. Che si è accorto ben presto della nuova stella del firmamento del parterre del Nasdaq inondando il titolo di acquisti. Dalla primavera del 2025 ha più che triplicato il suo valore di mercato che oggi arriva a superare i 106 miliardi di dollari. Una vera e propria macchina da soldi, baciata dalla fortuna di quel nome così suggestivo che ha attirato da subito, fin dalla nascita, migliaia di clienti, divenuti ora oltre 29 milioni.
Piccoli trader retail, ammaliati dal fatto di poter investire sul mercato azionario senza pagare commissioni e con la possibilità di negoziare 24 ore su 24 e senza dover passare dal sistema bancario e dei broker. Era fin da subito la sfida, dal sapore populista, lanciata dai due ex studenti della Stanford di democratizzare la finanza, garantendo l’accesso ai mercati a più persone possibili per sfidare la grande finanza dei colossi bancari e dei broker con le loro ricche commissioni di negoziazione.
Con il tempo la piattaforma si è inventata anche le cosiddette azioni tokenizzate che permettono di acquistare piccole quote di azioni delle big tech che hanno valori unitari spesso proibitivi al pubblico retail. Già, ma cos’è un’azione tokenizzata, nuova moda di ingegneria finanziaria lanciata da Robinhood?
Le azioni tokenizzate sono una rappresentazione digitale e crittografata di un titolo per renderlo scambiabile su blockchain: l’azione sottostante rimane custodita presso il depositario, il token è solo una sua rappresentazione, che può essere pari all’intera azione oppure a una frazione della stessa.
Questi strumenti digitali possono essere acquistati o venduti tramite blockchain, sfruttandone le potenzialità in termini di efficienza e velocità, ma non abilitano alla titolarità come soci della società e dei diritti relativi come il voto. Di fatto non c’è possesso del titolo da parte dell’acquirente. Il meccanismo risulta simile alle stablecoin, garantite dalle riserve in valuta: se l’emittente/depositario dei titoli fallisce, i detentori dei token si trovano con un pugno di mosche in mano.
La tokenizzazione consente anche di acquistare porzioni di azioni di titoli non quotati come OpenAI e SpaceX, altrimenti non negoziabili. Cosa che non è andata affatto giù, né a Sam Altman, ceo di OpenAI né a Elon Musk, che si sono dissociati bruscamente dall’iniziativa di Robinhood. Una democratizzazione del mercato, un accesso per tutti, ma di fatto virtuale con tutti i rischi che comporta non avere il titolo fisico.
C’è anche da chiedersi a questo punto come Robinhood possa fare così tanti soldi e così tanti utili, pari alla metà dei ricavi, se i clienti non pagano alla società le commissioni di negoziazione. I clienti non pagano, ma i flussi di ordini vengono girati da Robinhood ai grandi market dealer che in cambio retrocedono delle commissioni. Come si vede l’intento di bypassare la grande finanza si rivela poco più di uno slogan.
Del resto è proprio dalle transazioni che la società fa metà dei suoi ricavi. E più clienti ci sono, più ordini vengono dati alla piattaforma, più la società guadagna. Robinhood gioca così le sue carte sul mercato di massa. Pochi centesimi a transazione, ma miliardi di operazioni portano ricchi ricavi in casa del gruppo.
Per il resto la società guadagna anche con gli interessi sui prestiti e con la nuova carta Gold, un abbonamento che offre servizi aggiuntivi ai clienti. Per la società ovviamente la reputazione è tutto. Solo la fiducia nella bontà della piattaforma e nella sua solidità finanziaria può (e potrà) permettere la continua crescita della base clienti. Non sempre è andata così: Robinhood ebbe una grave crisi reputazionale sull’affaire Gamestop.
A un certo punto bloccò le negoziazioni sulla meme stock, entrata nel mirino dei piccoli risparmiatori, tramite i forum su Reddit, che iniziarono a comprare a piene mani il titolo vanificando così le scommesse ribassiste che i fondi hedge (che finirono per perdere milioni di dollari) avevano sulla disastrata società. Fu vista ai tempi come una sorta di vittoria dei piccoli risparmiatori sulla grande finanza rapace e che contrassegnò la stagione di Occupy Wall Street.
Travolta dai troppi ordini e con il rischio che la sua struttura patrimoniale andasse a gambe all’aria, Robinhood prese la decisione drastica di chiudere le negoziazioni su Gamestop, annullando le possibilità di guadagno dei piccoli risparmiatori che avevano scommesso al rialzo. Ci fu un’ondata di proteste anche a livello politico per la decisione di Tenev e Bhatt che dovettero scusarsi con i loro milioni di clienti. Ma spesso Robinhood è stata al centro di polemiche anche successive per il ruolo della piattaforma nel sistema finanziario Usa.
Certo è che la galoppata in borsa è stata imponente: +105% nell’ultimo anno. Alle quotazioni attuali il titolo sul Nasdaq vale ben 20 volte i ricavi attesi per il 2026, 40 volte gli utili sempre per la fine di quest’anno e 10 volte il patrimonio netto. Un’enfasi che gioca però sul filo del rasoio delle valutazioni stellari che per sostenersi dovrebbero vedere ricavi e utili raddoppiare ogni anno che verrà.
Nel frattempo Tenev e Bhatt i due fondatori brindano alla loro ricchezza. Ambedue posseggono poco più del 6% della società. Che ai prezzi attuali vogliono dire più di 6 miliardi ciascuno di ricchezza patrimoniale. Non male come redistribuzione del denaro. Rubare ai ricchi per diventare loro stessi plurimiliardari. (riproduzione riservata)