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Risoluzioni bancarie, alcune riflessioni sull’esempio del caso Ambrosiano
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Risoluzioni bancarie, alcune riflessioni sull’esempio del caso Ambrosiano

di Carlo Bellavite Pellegrini
MF - Numero 066 pag. 18 del 06/04/2021

«Quando ci trovammo davanti al dissesto del Banco Ambrosiano», argomentava con me, a Palazzo Giustiniani, Carlo Azeglio Ciampi, «avevamo da poco sperimentato una modalità di risoluzione di crisi creditizia con la banca Fabbrocini di Terzigno. Solamente che, in quel caso, date le ridotte dimensioni dell’istituto, la crisi fu gestibile mediante l’intervento di una sola banca, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino, mentre nel caso del Banco Ambrosiano, una delle più grandi banche private italiane del tempo, si dovette approntare un gruppo di intervento». Eravamo nell’autunno del 2009 e mi capitava di avere consuetudine con il presidente Ciampi perché stavo appunto scrivendo Una storia italiana. Dal Banco Ambrosiano a Intesa Sanpaolo (Il Mulino 2013).

Ciampi non parlava mai di salvataggio del Banco Ambrosiano, ma di un «gruppo di intervento» di sette istituti di credito, tre pubblici e quattro privati che, su base volontaria, avevano rilevato le attività italiane del Banco Ambrosiano, mentre quelle estere erano state affidate alla liquidazione. Tutto ciò era stato reso possibile anche dal fatto che l’articolo 2497 del Codice Civile su direzione e coordinamento venne introdotto nel nostro ordinamento solamente in seguito alla Riforma Vietti, nel 2004. Non essendo presente nel nostro ordinamento la nozione di «gruppo» fu pertanto possibile ripartire diversamente le attività italiane da quelle estere. Come sappiamo la scelta fu quanto mai lungimirante. Sul ceppo di un istituto posto in liquidazione coatta amministrativa nacque, nel corso dei decenni successivi, il primo gruppo bancario italiano. Chi scrive ritiene che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi abbia incarnato, in modo istituzionale e ossequioso delle normative europee, questa intuizione applicata in passato ai casi sopra descritti di crisi bancarie. Ragionando infatti di crisi bancarie è infatti necessario distinguere due diverse prospettive. Da un lato possiamo individuarne una che potremmo definire di carattere «micro». È infatti indubbio che, in caso di dissesto, i diversi soggetti che forniscono strumenti finanziari alle imprese (e anche le banche sono imprese) sono chiamati a ripianare lo sbilancio patrimoniale a seconda della tipologia di strumenti finanziari che hanno sottoscritto. Come «primi della fila» troviamo quindi gli azionisti, poi i detentori di strumenti di «quasi equity», quali azioni a diritto di voto limitato, azioni senza diritto di voto e obbligazioni convertibili, poi ancora i detentori di debito subordinato e da ultimi gli obbligazionisti puri. I lineamenti sopra descritti, comunemente conosciuti e condivisi a livello di un corso universitario di Finanza Aziendale, devono poi essere concretamente confrontati con la fisionomia reale dei detentori di tali strumenti. Tale tipologia è diversa nei vari contesti istituzionali, anche all’interno dell’Europa. E, per quanto riguarda l’Italia, come si è visto nei casi delle risoluzioni di Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria, CariChieti e Cassa di Risparmio di Ferrara, avvenute nel 2015, i detentori di tali strumenti sono spesso gli stessi correntisti degli istituti che, nel corso del tempo, hanno sottoscritto titoli azionari o debito subordinato emessi dalle stesse banche. Per evitare il dramma economico e sociale di allora è necessario giustapporre a questo primo piano che abbiamo definito «micro», un secondo piano di ragionamento che possiamo definire «macro». Se esiste infatti un valore economico e sociale nel «going concern» di istituti creditizi entrati in difficoltà, la strategia del «gruppo di intervento», adattata ai diversi contesti istituzionali e temporali che si sono creati nel tempo, risulta essere quella maggiormente indicata per accompagnare tali istituti verso la ripresa.

Rimangono aperti tuttavia prospetticamente altri temi come quelli che animano l’attuale dibattito in Italia. Può un «gruppo di intervento» trasformarsi in un azionista stabile, come avvenne nel caso del Nuovo Banco Ambrosiano? Quali possono invece essere le modalità di ricollocazione sul mercato o di aggregazione per tali istituti? È necessario procedere con un’asta al migliore offerente o è ragionevole collocare, come peraltro avvenne nel caso del Banco Ambrosiano, le diverse attività creando le migliori possibili sinergie? Chi scrive ritiene che sia necessario procedere a seconda dei singoli casi molto diversi fra di loro, in modo discrezionale, ma non arbitrario, in modo da preservare, di caso in caso, le diverse forme di ricchezza creata: finanziaria, di fiducia, di relazione, di presenza sui territori, di internazionalità, di eccellenza per le capacità tecniche. (riproduzione riservata)



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