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Salvatore Rossi
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Risiko bancario, parla Salvatore Rossi: «Decide il mercato. Ora la sfida è ragionare da europei»

12 giugno 2026, 20:30

L’ex direttore generale della Banca d’Italia analizza il consolidamento bancario in corso, sintomo di un settore che ha ritrovato solidità dopo una lunga stagione di crisi. Ma giudizio duro sulla crescita dell’Italia: «Per cambiare marcia servono produttività, istruzione e capitale umano»

Non è un Far West. Per l’economista Salvatore Rossi il risiko bancario è piuttosto il sintomo di un settore che ha ritrovato solidità dopo una lunga stagione di crisi. Ma l’ex direttore generale della Banca d’Italia è severo sullo stato di salute del Paese: «L’Italia sta vivacchiando». All’alba di un nuovo ciclo economico, per tornare a crescere «servono produttività, istruzione e capitale umano».

Domanda. Nel consolidamento bancario in corso, il baricentro delle decisioni si è spostato dalle autorità al mercato?

Risposta. La lettura è corretta. Ma è giusto che il mercato faccia il mercato e che le autorità facciano vigilanza. Gli azionisti devono valutare la convenienza delle offerte in campo, mentre le autorità devono verificare che tutto avvenga nel rispetto delle regole e che i soggetti coinvolti siano solidi. Alla fine, però, trattandosi di società che operano in un mercato libero, la decisione spetta al mercato.

D. Quindi non è un Far West delle scalate?

R. Siamo soltanto all’inizio di una fase che durerà ancora parecchi mesi. Le autorità avranno tutto il tempo di svolgere le verifiche necessarie e il loro ruolo resta fondamentale. È solo meno visibile rispetto al passato.

D. Il paragone con il 2005 prima e con il 2015 dopo viene spontaneo. Cosa è cambiato?
R. È cambiato il mondo. Vent’anni fa era abbastanza normale che le autorità svolgessero una sorta di regia nelle operazioni straordinarie. Poi sono arrivate la crisi finanziaria globale, la crisi dei debiti sovrani e nuove regole europee. Ma soprattutto è cambiata la cultura: oggi l’Europa è molto più orientata al mercato e alla concorrenza e molto meno alla regia pubblica. Gli istituti di credito hanno dovuto adattarsi e oggi il sistema bancario italiano è tra i più sani d’Europa. Il risultato è che oggi vediamo istituti che puntano a crescere e aggregarsi: questo dinamismo è prima di tutto un segnale di buona salute.

D. Ci muoviamo verso il mercato unico europeo?

R. La direzione è necessaria. Politicamente, però, è un percorso molto difficile in tutti i Paesi europei. Lo dimostra Unicredit-Commerzbank, un’operazione fortemente osteggiata dal governo tedesco oltre che da sindacati e da una parte significativa dell’establishment economico del Paese. Resta comunque l’unica grande operazione europea di questo tipo sul tavolo. Ed è un fatto positivo che sia una banca italiana a tentarla. Ma vorrei evitare una lettura nazionalistica: se parliamo di Europa dobbiamo ragionare in termini europei, la sfida è conciliare la tutela delle identità nazionali con l’efficienza del mercato.

D. Quanto conta ancora oggi la presenza fisica sul territorio?
R. Molto meno di prima. Le banche stanno evolvendo verso modelli più orientati ai servizi e alle imprese e ai grandi patrimoni. Resta però una necessità italiana: il nostro sistema produttivo è composto prevalentemente da piccole e medie imprese, che rendono una presenza sul territorio ancora valida.

D. Il nuovo patrimonio di una banca sono i dati?

R. I dati stanno assumendo un’importanza crescente, tuttavia il tema va ben oltre il settore bancario. Le grandi piattaforme digitali, come Amazon Meta e TikTok, raccolgono una quantità di informazioni enormemente superiore a quella delle banche. Questo non significa che il tema non le riguardi. Ma sono coinvolte all’interno in una più ampia trasformazione dell’economia intera.

D. Siamo davanti a un nuovo ciclo economico?

R. Non c’è dubbio a riguardo. La geopolitica rappresenta una complicazione importante ma il vero cambio di paradigma è quello rappresentato dai dati e dall’intelligenza con cui questi dati vengono utilizzati, sia essa naturale o artificiale. Per certi aspetti stiamo vivendo una trasformazione simile a quella che abbiamo attraversato trent’anni fa con il digitale. Oggi la vera questione è chi possiede i dati e come li utilizza.

D. Parliamo di economia: l’Italia sta andando nella direzione giusta?

R. Purtroppo no. Non stiamo andando nella direzione giusta. Stiamo vivacchiando. Dopo il Covid abbiamo vissuto una breve illusione: per uno o due anni si è pensato che l’Italia avesse ritrovato una crescita simile a quella degli anni ’90. Ma quella fase si è esaurita rapidamente. Oggi siamo tornati a una situazione di crescita debole, produttività stagnante e difficoltà strutturali che continuano a frenare il Paese.

D. Perché non riusciamo a cambiare marcia?
R. La questione centrale resta la produttività. E la componente più importante della produttività, quella legata all’organizzazione delle imprese e all’utilizzo di tecnologie, non sta crescendo. In alcuni casi, diminuisce. Si tratta di un problema antico che va oltre il lavoro di un singolo governo. Parliamo di questioni profonde che riguardano demografia, istruzione e qualità del capitale umano.

D. Da dove si riparte?
R. L’istruzione è fondamentale. Viviamo in un nuovo mondo basato sulla conoscenza, sui dati e sulle capacità di utilizzarli. Servono persone altamente qualificate: ingegneri, matematici, fisici. Ma servono anche filosofi, letterati e artisti. La differenza è che devono essere tutti di altissimo livello, capaci di operare alla frontiera della conoscenza. Su questo terreno l’Italia continua a rincorrere ed è un peccato. (riproduzione riservata)



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