I giganti del settore minerario Rio Tinto e Glencore sono in trattative su una possibile fusione, che darebbe vita al più grande gruppo minerario mondiale, con una valutazione complessiva superiore a 200 miliardi di dollari. Le due società lo hanno confermato venerdì 9 gennaio, dopo le indiscrezioni circolate sui media. Entrambi i gruppi hanno diffuso comunicati separati per riconoscere l’esistenza dei colloqui. Secondo quanto indicato da Rio Tinto, le discussioni riguardano diverse ipotesi, che vanno dalla combinazione di specifici asset fino a una fusione completa delle attività.
L’ipotesi di lavoro attuale prevede che un’eventuale operazione possa essere strutturata come un’acquisizione interamente in azioni di Glencore da parte di Rio Tinto. Nessuna decisione definitiva è stata ancora presa e i termini di una possibile fusione restano al momento indefiniti, si legge nelle note diffuse dalle società. In base alle norme britanniche sulle acquisizioni, Rio Tinto ha tempo fino alle ore 17 di Londra del 5 febbraio 2026 per annunciare formalmente l’intenzione di presentare un’offerta su Glencore oppure dichiarare di non voler procedere.
Sui mercati, la notizia ha avuto un impatto immediato: le azioni Rio Tinto cedono il 6,3% a 143 dollari australiani, mentre Glencore balza a Londra del 9,3%, a 451,6 sterline.
Glencore è uno dei maggiori produttori mondiali di carbone e, dopo aver inizialmente annunciato un’uscita graduale dal combustibile più inquinante, ha cambiato strategia, rafforzando la propria esposizione con l’acquisizione degli asset carboniferi di Teck Resources nel 2023.
Un eventuale ritorno al carbone potrebbe scontentare una parte della base azionaria di Rio Tinto, ma allo stesso tempo rimuoverebbe uno dei principali ostacoli nelle trattative con Glencore. Messa da parte la questione carbone, il confronto potrebbe concentrarsi su altri nodi chiave, come la valutazione e la struttura dell’operazione, oltre alla governance del gruppo risultante dalla fusione.
La possibile apertura di Rio Tinto a un ritorno nel carbone si inserisce in un mutamento più ampio del contesto politico ed economico, segnato anche dalla spinta del presidente statunitense Donald Trump verso una revisione delle politiche ambientali. Il cambio di rotta, però, non convince molti investitori.
«Per alcuni azionisti potrebbe essere una scelta difficile, dal momento che molti mandati di investimento escludono il carbone termico», ha spiegato Iain Pyle, senior investment director di Aberdeen Group, che detiene circa lo 0,5% del capitale di Rio Tinto. Il fondo della società scozzese dedicato ai metalli del futuro, infatti, non può investire in Glencore proprio per la sua esposizione al carbone. «L’aspetto più interessante resta la possibilità di accedere agli asset di crescita di Glencore nel rame», ha concluso Pyle.
A questo proposito, gli sviluppi si inseriscono in concomitanza con un nuovo rally dei prezzi del rame, che questa settimana hanno toccato massimi storici oltre i 13.000 dollari a tonnellata, spinti da una serie di interruzioni nelle miniere e dall’accumulo di scorte negli Stati Uniti, in vista di possibili dazi da parte dell’amministrazione Trump.
Per Rio Tinto, che nel breve termine ha poche leve di crescita nel rame una volta completata l’espansione della grande miniera in Mongolia, questo aspetto ha aggiunto un elemento di urgenza, anche alla luce di prezzi del minerale di ferro ancora deboli a causa della prolungata crisi immobiliare cinese.
Rio Tinto e Glencore avevano già discusso una possibile fusione nel 2024, ma le trattative si erano arenate, anche per divergenze sulla valutazione. Da allora, il prezzo del rame è salito in modo significativo e Glencore ha cercato di riposizionarsi come gruppo con un forte potenziale di crescita nel metallo rosso, mentre Rio continua a dipendere in larga misura dai ricavi del minerale di ferro.
Nei precedenti colloqui, Glencore spingeva per affidare la guida del gruppo combinato all’amministratore delegato Gary Nagle. Successivamente, Rio Tinto ha rimosso l’ex ceo Jakob Stausholm, sostituendolo con il manager di lungo corso Simon Trott, considerato più allineato al presidente Dominic Barton.
Negli ultimi anni Glencore ha deluso il mercato, mancando ripetutamente gli obiettivi produttivi, soprattutto nel rame. Tuttavia, la società ha in parte rilanciato la propria narrativa dopo un investor day di successo il mese scorso, nel quale ha illustrato piani per quasi raddoppiare la produzione di rame nel prossimo decennio. (riproduzione riservata)