Slitta ancora la riforma della governance Rai. L’audizione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, prevista martedì 26 maggio in 8ª commissione (Ambiente e Comunicazioni) del Senato, è stata rinviata al 10 giugno, riaccendendo le tensioni attorno a un dossier che da mesi divide maggioranza e opposizioni.
La motivazione ufficiale è arrivata dai capigruppo di maggioranza a Palazzo Madama – Lucio Malan (FdI), Stefania Craxi (FI), Massimiliano Romeo (Lega) e Michaela Biancofiore – che in una nota hanno spiegato di aver chiesto al titolare del Mef di «posticipare di alcuni giorni la sua audizione in attesa dei pareri della commissione Bilancio sulla riforma della Rai, necessari per una corretta visione d’insieme».
Dietro il rinvio, però, restano le frizioni interne alla maggioranza e in particolare le perplessità della Lega sul testo unificato in discussione che dovrebbe recepire anche le indicazioni europee contenute nell’European Media Freedom Act. Il provvedimento è fermo da oltre sette mesi proprio in attesa del parere del ministero dell’Economia, azionista di riferimento della Rai attraverso il Tesoro.
Le opposizioni hanno subito attaccato il governo. Per il senatore dem Nicola Irto, capogruppo Pd in commissione Ambiente, è «grave che il ministro Giorgetti abbia disertato all’ultimo momento la sua audizione», accusando il governo di «calpestare il ruolo del Parlamento». Ancora più dura la presidente della Vigilanza Rai Barbara Floridia, secondo cui il rinvio rappresenta «un fatto gravissimo» e conferma una «situazione di emergenza istituzionale assoluta».
Il nodo è politico ma anche industriale. La riforma della governance Rai è considerata strategica dalla maggioranza perché consentirebbe di riscrivere gli equilibri interni della tv pubblica e, potenzialmente, arrivare a un azzeramento anticipato dell’attuale consiglio di amministrazione. Negli ultimi giorni, infatti, all’interno del centrodestra era riemersa la volontà di accelerare il percorso parlamentare per chiudere il dossier prima della fine della legislatura.
Il testo all’esame del Senato – depositato dalla Lega con prime firme dei senatori Giorgio Maria Bergesio, Massimiliano Romeo, Giuseppina Minasi e Elena Murelli – punta a modificare in profondità la struttura della Rai. Sebbene la clausola transitoria del ddl preveda l’applicazione delle nuove regole solo a partire dal primo rinnovo fisiologico del consiglio di amministrazione, il dibattito si accende sulla reale volontà politica di usare la riforma per ridisegnare da subito i pesi interni a Viale Mazzini.
Tra i punti più delicati della riforma c’è la revisione della governance: la riforma prevede l’ampliamento del cda da sette a nove membri, le cui nomine non sarebbero più in prevalenza governative ma verrebbero ripartite tra Camera, Senato, Conferenza Stato-Regioni, Anci e gli stessi dipendenti dell’azienda. Viene inoltre proposto il ritorno a una governance duale con l’abolizione dell’amministratore delegato a favore di un presidente con funzioni di indirizzo e di un direttore generale responsabile della gestione operativa, entrambi scelti dal consiglio con una maggioranza qualificata dei due terzi.
Il mandato dei consiglieri verrebbe allungato a cinque anni, rinnovabile una sola volta, e per attrarre profili manageriali competitivi non si applicherebbe il limite retributivo delle pubbliche amministrazioni per i dirigenti, pur restando fermo l'obbligo di trasparenza sui compensi. Infine, il disegno di legge autorizza la Rai a cedere quote rilevanti delle proprie società controllate, mantenendone comunque il controllo societario, e introduce una stretta regolamentare sugli influencer, che verrebbero ufficialmente inclusi tra i soggetti vigilati e sanzionabili dall’Agcom per tutelare i minori e il pubblico della rete. (riproduzione riservata)