L’Europa è tornata a riarmarsi e nessuno lo fa meglio dei Paesi dell’Est. A guidare le spese militari sono la Polonia e i paesi Baltici. Tra i peggiori ci sono Francia, Gran Bretagna, Belgio e l’Europa meridionale, tra cui l’Italia. Questo è quanto emerge dall’ultimo studio di S&P global ratings «Defense brief: european defense spending's battle with fragmentation».
Secondo S&P global ratings, la crescita delle spese per la difesa nel Vecchio continente è dovuta al passaggio da un multilateralismo guidato dagli Stati Uniti, a una maggiore instabilità geopolitica. Quest’ultima, nel caso dell’Europa, è causata soprattutto dalla guerra tra Ucraina e Russia in corso da oltre quattro anni.
La spesa totale è già cresciuta negli ultimi anni e la maggior parte dei membri Nato si è impegnata a destinare il 3,5% del Pil alla difesa ordinaria entro il 2035, rispetto al 2,1% circa del 2025. Questo implica un aumento medio annuo dello 0,2%.
Ma il riarmo è nazionale e i vari Paesi europei vanno a velocità diverse, come spiegato dagli esperti di S&P: «I bilanci della difesa cresceranno in modo disomogeneo tra le nazioni europee a causa della frammentazione politica e fiscale». Nello studio sono identificati tre gruppi differenti: l’Europa orientale è l’area più attiva con Lituania ed Estonia al 5,4% del Pil, la Lettonia al 4,9% e la Polonia al 4,8%. Per dare un’idea della crescita, basta pensare che Varsavia nel 2021 destinava «solo» il 2,2% del Pil alla difesa.
Il secondo gruppo è rappresentato dalla Germania che si colloca in una fascia intermedia con il 2,8% del Pil nel 2026 e la previsione di arrivare al 3,5% entro il 2029. L’ultima categoria è quella dei cosiddetti «paesi più reattivi, che si trovano ad affrontare vincoli di bilancio e/o priorità politiche contrastanti». In quest’ultima fascia si collocano Francia, Regno Unito, Belgio e paesi dell'Europa meridionale.
Secondo i calcoli preliminari dell'ultimo rapporto annuale della Nato, basati sui prezzi del 2021, l'Italia spende per la difesa il 2,01% del proprio Pil: circa 45 miliardi di euro, in crescita dall'1,52% del Pil datato 2024. L'analisi dell'Osservatorio conti pubblici italiani dice che il risultato deriverebbe, per un terzo, da spese maggiori per il personale militare, «proveniente da categorie prima non considerate parte del settore difesa».
Secondo S&P, è improbabile che le economie europee traggano vantaggi significativi da un aumento della spesa per la difesa, concentrata su personale e attrezzature importate: «Sebbene gli investimenti in ricerca e sviluppo, innovazione, infrastrutture e acquisti nazionali forniscano un impulso economico maggiore, attualmente rappresentano meno di un terzo della spesa totale per la difesa».
Anzi, l’aumento del pil per il comparto militare potrebbe aumentare le tensioni fiscali esistenti e mettere sotto pressione il rating sovrano. Soprattutto per quei Paesi con pochi margini di bilancio come Francia, Italia e Regno Unito.
Nel breve periodo, l’aumento della spesa per la difesa sosterrà la solvibilità delle aziende del settore. «Solide riserve di liquidità e un basso livello di indebitamento offrono alle aziende europee del settore della difesa, dotate di rating elevato, la flessibilità necessaria per distribuire liquidità agli azionisti o reinvestire», spiegano gli esperti. «Tuttavia, è probabile che le spese in conto capitale risultino limitate in assenza di programmi di difesa a livello europeo volti a promuovere leader europei in questo settore, mentre la preferenza dei governi europei per i fornitori nazionali e il predominio dei fornitori statunitensi limitano ulteriormente la scalabilità».
«Mentre il “dividendo della pace” degli anni '90 ha generato crescita attraverso la smilitarizzazione, il passaggio all'autonomia strategica europea potrebbe produrre effetti altrettanto profondi», spiega S&P. «La misura in cui ciò andrà a beneficio del credito europeo dipenderà dall'efficacia con cui la spesa verrà riorientata verso appalti, infrastrutture e ricerca e sviluppo a livello regionale, anziché verso i soli costi operativi».
Ed è proprio su quest’ultimo punto che insistono gli esperti: l’adozione di procedure comuni di approvvigionamento e distribuzione potrebbe rappresentare una svolta decisiva per il continente, sempre a patto che il coordinamento tra i singoli stati venga migliorato. «Ma i governi nazionali restano comunque attenti a tutelare la propria sovranità in materia di difesa», aggiunge S&P.
Invece, se l’Europa non fa sistema, continuerà a rifornire le imprese americane «complicando gli sforzi per la creazione di joint venture europee su larga scala nel settore della difesa e rallentando lo sviluppo di piattaforme d'arma di nuova generazione», dicono gli esperti. (riproduzione riservata)