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Referendum giustizia, è ora del voto online e per introdurlo si può replicare l’architettura dell’euro digitale
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Referendum giustizia, è ora del voto online e per introdurlo si può replicare l’architettura dell’euro digitale

di Maurizio Pimpinella*
16 febbraio 2026, 20:38

La pandemia ha accelerato la digitalizzazione in molti settori, ma il voto resta ancorato al passato. L'Italia deve considerare il voto elettronico per ridurre l'astensionismo e modernizzare la democrazia

Mentre l’Italia si avvicina al referendum sulla giustizia, emerge con urgenza una questione cruciale: la difficoltà di partecipazione che molti cittadini si trovano ad affrontare nella modalità tradizionale di voto. Dalle lunghe file ai seggi agli oneri di tempo e spostamento, le barriere organizzative rischiano di replicare e amplificare il disallineamento tra la cittadinanza e il momento fondativo della democrazia diretta.

È tempo di guardare oltre il pezzo di carta e l’urna fisica. La pandemia di Covid-19 ha accelerato processi che prima sembravano remoti: dallo smart working all’identità digitale, dal tracciamento sanitario alle piattaforme istituzionali ma, anche in quella condizione del tutto particolare, le elezioni sono rimaste fuori preferendo in alcuni casi far slittare l’appuntamento elettorale anziché procedere con il mettere in opera nuove modalità di voto. È però su questa scia che la discussione sulla digitalizzazione del voto non è più tecnicamente fantascienza, ma una necessità pragmatica per allargare la partecipazione democratica.

Il parallelo con l'euro digitale e la sicurezza

Un paragone efficace è quello dell’euro digitale: un contante digitalizzato pensato per le transazioni online che garantisce due condizioni chiave — identificazione dell’utente e non tracciabilità delle singole transazioni. Nel sistema proposto, infatti, la tecnologia alla base è progettata per assicurare che le persone possano usare moneta elettronica senza che si possa risalire alle loro preferenze di spesa o al loro comportamento online. Questo principio — identificazione sì, tracciabilità no — può essere un modello anche per il voto elettronico nel nostro Paese.

Nel contesto delle elezioni e dei referendum, il nodo è sempre lo stesso: come garantire l’autenticità del voto senza sacrificare la segretezza delle preferenze? L’architettura dell’euro digitale, con i suoi protocolli crittografici che separano identità e utilizzi, offre spunti concreti. Sistemi di zero-knowledge proof, ad esempio, permettono di confermare che un elettore è legittimato senza rivelare per chi ha votato, preservando la privacy individuale.

Già in altre democrazie si sono fatti passi avanti. In Estonia, nota per la sua spinta digitale, il voto online è realtà dal 2005: alle elezioni del 2019 oltre il 40% degli elettori ha scelto di votare via internet, con alti livelli di sicurezza e fiducia pubblica. In Svizzera vari cantoni hanno sperimentato il voto elettronico per referendum e altri scrutini, ottenendo risultati positivi in termini di partecipazione giovanile.

L'astensionismo e le barriere d'accesso in Italia

I numeri parlano chiaro: in Italia l’affluenza alle urne è in declino da anni a prescindere dall’offerta politica (che pure incide): perché votare o meno è di per sé una scelta politica da parte del singolo elettore, e lo è tanto più in occasione di un referendum come questo. Nei referendum abrogativi recenti, infatti, l’affluenza fatica spesso a superare la soglia di validità del 50% più uno. Questi trend evidenziano un problema strutturale: le barriere di accesso si traducono in astensionismo.

La digitalizzazione del voto potrebbe ridurre queste barriere: partecipare da casa, dal luogo di lavoro o da uno smartphone non solo è più comodo, ma rispecchia la vita quotidiana di milioni di cittadini. Anche le fasce più giovani — abituate a gestire identità, firme e documenti in formato elettronico — riconoscono nella user experience digitale una modalità naturale.

Garanzie tecniche e sicurezza del voto elettronico

Tuttavia, l’adozione di sistemi di voto digitale richiede garanzie tecniche e normative solide: l'autenticazione forte dei votanti tramite identità digitale, la crittografia end-to-end che impedisca accessi non autorizzati, l'auditabilità pubblica e indipendente per verificare integrità e correttezza, e infine la protezione da attacchi informatici evoluti.

L’opinione pubblica e la comunità tecnica dovrebbero convergere su un principio: non si tratta di digitalizzare per moda, ma di difendere la democrazia con strumenti adatti al XXI secolo. Come sosteneva Tim Berners-Lee, «il web è per tutti» — e lo stesso dovrebbe valere per il diritto di voto.

Mentre il dibattito sul referendum nella sua specificità giuridica è fondamentale, lo sguardo più ampio è su come l’Italia possa abbracciare una democrazia più inclusiva, efficiente e moderna. Post-pandemia, i tempi sono maturi per innovare: non solo per l’euro digitale, non solo per i servizi pubblici, ma per ogni cittadino che vuole essere parte attiva delle scelte collettive. (riproduzione riservata)

* Presidente Associazione Prestatori Servizi di Pagamento



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