Dopo Fratelli d’Italia e Forza Italia, anche la Lega scende in campo con un proprio disegno di legge per la riforma della governance della Rai. Il testo a prima firma di Giorgio Maria Bergesio, già depositato nei giorni scorsi, è stato presentato ufficialmente al Senato martedì 15 luglio.
L’obiettivo è rivedere il modello di gestione della televisione pubblica in vista dell’8 agosto: giorno in cui entrerà in vigore dell’European Media Freedom Act (Emfa), il regolamento europeo che impone agli Stati membri di garantire l’indipendenza dei media da pressioni politiche ed economiche.
Il cuore della riforma è la nuova composizione del Consiglio di amministrazione, che passerebbe da sette a nove membri, con un riequilibrio delle fonti di nomina: tre scelti dalla Camera, tre dal Senato, uno dai dipendenti Rai, uno dalla Conferenza Stato-Regioni e uno dall’Anci.
La quota del governo, quindi, scompare. L’intento dichiarato dai senatori è «superare la centralizzazione delle nomine in capo al governo» e garantire un pluralismo istituzionale e territoriale più ampio. La durata dei mandati, inoltre, viene fissata in cinque anni, rinnovabile una sola volta.
Un altro snodo importante è la soppressione della figura dell’amministratore delegato, attualmente indicato direttamente dal Mef, a favore del ripristino del direttore generale come figura operativa. Il nuovo assetto prevede una distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo, affidate al presidente, e la gestione esecutiva, responsabilità del direttore generale. Entrambi sarebbero eletti dal cda con una maggioranza qualificata dei due terzi.
Novità anche sul fronte delle retribuzioni. Il Ddl esclude inoltre la Rai dall’applicazione del tetto agli stipendi delle pubbliche amministrazioni, «fermo restando il principio della trasparenza e pubblicazione degli emolumenti». Una misura pensata per «attrarre e trattenere professionalità qualificate e competitive nel contesto audiovisivo internazionale», spiegano i proponenti.
Tra i punti distintivi del disegno di legge leghista spicca la razionalizzazione delle partecipazioni societarie detenute dalla Rai. All’articolo 2, comma 1, si prevede che «al fine di garantire una gestione più efficace, trasparente e sostenibile» la Rai è «autorizzata a cedere quote delle proprie partecipazioni nelle società controllate, mantenendo comunque il controllo di diritto secondo i criteri fissati dall’articolo 2359 del Codice civile».
Questo permetterebbe di aprire il capitale a investitori istituzionali o privati, senza intaccare l’assetto di governance o la missione pubblica delle controllate. Attualmente, Rai detiene partecipazioni dirette in sei società: Rai Way, Rai Com, Rai Cinema e Rai Pubblicità. Il modello di riferimento, spiegano i promotori della proposta, è proprio quello di Rai Way, che si è quotata in borsa nel 2014 ed è controllata da Rai al 65%.
Il disegno di legge non si limita alla Rai. All’articolo 4, viene affrontato il tema della comunicazione digitale svolta dagli influencer, che vengono formalmente inclusi tra i soggetti vigilati dall’ordinamento radiotelevisivo. In particolare, si introduce un divieto esplicito alla pubblicazione di contenuti «gravemente nocivi per lo sviluppo fisico, psichico o morale dei minori», estendendo così gli obblighi di responsabilità anche al mondo dei social media.
Infine, l’articolo 5 interviene sul quadro normativo di riferimento dell’Agcom, con l’obiettivo di potenziarne le capacità operative e metodologiche, in particolare per quanto riguarda il monitoraggio e l’analisi del settore della comunicazione. Viene rafforzata la funzione di rilevazione e controllo dei dati economici, tecnici e di ascolto da parte dell’Autorità. (riproduzione riservata)