Dal risiko che si è scatenato nell’ex foresta pietrificata del sistema bancario italiano, che oggi sembra invece diventata un rigoglioso vivaio di incroci botanici se non addirittura un laboratorio sperimentale di genetica finanziaria, possiamo cominciare a trarre tre lezioni, nelle more delle evoluzioni in corso.
La prima riguarda le caratteristiche che distinguono un’operazione «di mercato» da una presunta «minaccia alla sovranità nazionale». La seconda si riferisce ai criteri di valutazione di un progetto industriale, rispetto a quelli di un disegno di influenza politica. La terza concerne la convergenza - o la divergenza - rispetto ai piani di unione bancaria europea e mercato unico dei capitali.
Sul campo ci sono, per ora, i germogli di tre di offerte di ops non proprio amichevoli tra istituti bancari, e un altro paio di ipotesi di consolidamento del settore dell’asset management. Nella boscaglia sullo sfondo, uno scenario di consolidamento europeo che vede coinvolti i tre più importanti mercati finanziari dell’Eurozona.
Partiamo dal giardino di casa: mentre l’ops di Bper su Banca Popolare di Sondrio di questi giorni è solo il passo definitivo di un percorso iniziato tempo fa, l’offerta di Unicredit su Banco Bpm è stata percepita come una sorpresa e accolta con freddezza da diverse voci governative, che hanno addirittura ventilato l’applicazione del golden power per vincolare l’operazione, giudicandola più o meno esplicitamente, senza tuttavia addurre motivazioni plausibili, una specie di minaccia agli interessi nazionali.
Poche settimane dopo, l’accoglienza politica riservata all’ops di Mps su Mediobanca è stata di segno diametralmente opposto, e dalle stesse forze politiche viene salutata come una legittima operazione di mercato. Questa palese differenza di trattamento non può non sollevare interrogativi sulla coerenza dei criteri di giudizio applicati alle operazioni di aggregazione, oltre che sulla liceità delle interferenze istituzionali.
A differenza dell’operazione che ha come target esplicito Mediobanca, e come obiettivo (in)confessato il controllo di Generali, le offerte di Bper e di Unicredit appaiono scevre da conflitti di interesse: sia Carlo Cimbri e Gianni Franco Papa, da Modena, sia l’istituto guidato da Andrea Orcel, si muovono come operatori di mercato indipendenti, chiaramente percepiti come tali (e proprio questo forse disturba qualcuno), dichiarando una strategia industriale in linea con le logiche di consolidamento bancario nazionali ed europee.
Al contrario, molti attori politici italiani, sia di maggioranza che di opposizione, si trovano in una posizione ambigua, interpretando contemporaneamente il ruolo di arbitro e quello di azionista di un’importante banca di sistema come Mps, a sua volta recente protagonista di una positiva storia di risanamento, che ha smentito molti pessimisti, sia in Italia sia in Europa. Questo configura un contesto di potenziale conflitto di interessi, dove la difesa dell’interesse generale si intreccia con la valorizzazione di una partecipazione governativa di maggioranza relativa e il sotteso obiettivo di repressione finanziaria sui risparmi delle famiglie italiane.
Molti analisti indipendenti, specie a livello internazionale, hanno infatti interpretato questa forma di interferenza politica come un tentativo di orientare il sistema finanziario verso strategie che privilegiano la gestione nazionale del risparmio, piuttosto che favorire la nascita di un mercato europeo efficiente e competitivo dei capitali. E non hanno potuto fare a meno di notare che quando si definisce «operazione di mercato» quella degli amici, l’arma del golden power verso i mal sopportati conoscenti, che già appare priva di fondamento economico e istituzionale, perde definitivamente ogni credibilità.
La seconda lezione riguarda i criteri industriali con i quali è necessario valutare i progetti di integrazione. Le proposte di Bper e Unicredit dichiarano di puntare al rafforzamento dei rispettivi posizionamenti nel segmento della banca commerciale in Italia, con un focus particolare sulle regioni a più alto potenziale di crescita, come il Nord-Est. Un altro aspetto rilevante è l’esperienza maturata da Unicredit nell’integrare i soggetti target grazie anche a piattaforme digitali collaudate e a un rodato modello di governance; anche Bper ha dimostrato di saper incorporare con efficacia Carige e il ramo d’azienda di Ubi non acquisito da Intesa.
Gli osservatori riconoscono infatti a Unicredit, e - grazie ai più recenti investimenti in tal senso - anche a Bper, la disponibilità di sistemi informatici e infrastrutture digitali che consentono di sfruttare economie di scala e migliorare l’efficienza operativa. Ciò comporta minori costi di integrazione rispetto ad altre operazioni di consolidamento che potrebbero risultare più onerose e meno efficaci dal punto di vista organizzativo e tecnologico. Mentre una volta si contavano le filiali, oggi il criterio più efficace per valutare le prospettive di integrazione di attori finanziari è proprio quello degli investimenti tecnologici e delle piattaforme digitali.
Non solo non si riscontrano elementi analoghi nell’offerta verso Mediobanca, ma al contrario il divario tecnologico risulta, dai numeri degli investimenti effettuati, a netto sfavore del proponente. Un ulteriore elemento da valutare è la natura delle sinergie di costo previste da Unicredit e Bper, che intendono far leva sulla razionalizzazione di processi organizzativi già consolidati. Diversamente, l’ipotetica integrazione tra Mps e Mediobanca lascia aperti diversi dubbi, poiché tra le due realtà non sono così evidenti le complementarità industriali e le sinergie operative, trattandosi di due modelli di business e due culture organizzative significativamente diverse.
Guardando allo scenario europeo, la terza lezione da trarre riguarda la coerenza - o, al contrario, la discrepanza - tra le operazioni prospettate e la necessaria evoluzione verso l’unione bancaria e il mercato unico dei capitali. Il processo di consolidamento tra banche sistemiche è guidato dalle linee guida prudenziali della Bce e ispirato dagli obiettivi della Commissione Europea di rafforzare l’efficienza finanziaria dell’Eurozona. In questo contesto, le offerte di Unicredit e Bper promettono di far leva su alcuni dichiarati punti di forza: solidità patrimoniale, governance trasparente e provata capacità di integrazione tecnologica. Inoltre, l’aggregazione tra banche commerciali efficienti risponde pienamente agli obiettivi della Commissione Europea, che mira alla creazione di campioni bancari europei più solidi e competitivi.
L’operazione favorisce un consolidamento che supera le vecchie logiche di «istituti di interesse nazionale» esposte alle pressioni politiche locali e promuove la costruzione di un sistema finanziario più integrato a livello continentale. Al contrario, altre ipotesi di aggregazione di perimetro dichiaratamente nazionale - se non nazionalistico - rischiano di essere meno coerenti con questa prospettiva, esponendo il sistema a una maggiore vulnerabilità derivante dall’ingerenza politica e da una visione strettamente domestica della competizione bancaria e del mercato dei capitali.
L’analisi delle tre lezioni derivabili dallo scenario bancario è quindi il risultato di un confronto tra progetti che rispondono ai criteri di mercato, solidità industriale e conformità regolatoria e operazioni che sollevano criticità in termini di trasparenza e coerenza con le dinamiche di un mercato bancario efficiente e competitivo. La selettività con cui il governo valuta le diverse operazioni solleva perplessità sull’effettiva neutralità dell’intervento pubblico nel settore, a discapito di un necessario processo di consolidamento in linea con le direttive europee. Nel complesso vivaio bancario italiano ed europeo, non servono le visibilissime mani dei giardinieri della politica ma quelle invisibili di un mercato concorrenziale e trasparente. (riproduzione riservata)
*Sda Bocconi School of Management