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Il presidente di Ima Alberto Vacchi
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Quell’approccio senza seguito di Ima al competitor tedesco Gea

24 aprile 2026, 23:10 Ultimo aggiornamento: 25 aprile 2026, 09:47

Dopo il delisting del 2021, Ima esplora nuove alleanze per espandere la sua presenza globale. La fusione con un grande player potrebbe riportare l'azienda sui listini internazionali

Fusione con un competitor e poi il ritorno in borsa anche per consentire l’exit del socio di minoranza Bdt & Msd Partners. Il patron di Ima Alberto Vacchi ha un piano preciso per il futuro della multinazionale italiana del packaging da 2,5 miliardi di euro di fatturato che l’imprenditore bolognese controlla tramite la catena Alva-Alps Holding-Sofima.
 

Con oltre 7.500 dipendenti, Industria Macchine Automatiche (Ima) opera nella progettazione e produzione di impianti automatici per il confezionamento nel farmaceutico, cosmetico, tè, caffè e alimentare. Rifornisce clienti come Pfizer, Abbott, Bayer, Sanofi (nel pharma) e Nestlé, Unilever e J&J (nel consumer).
 

«Stiamo ragionando su una fusione con un grande player finalizzata a mantenere la leadership mondiale in un contesto che evolve molto rapidamente. Una volta completata l’alleanza, torneremo in qualche listino. Non ho dubbi», aveva spiegato in un’intervista a inizio marzo Vacchi che di Ima è presidente e amministratore delegato.

Il percorso di crescita e il delisting di Ima

Fondato nel 1961 e quotatosi nel 1995, il colosso del packaging si era delistato da Piazza Affari nel 2021 per avere maggiore flessibilità nel disegnare le proprie traiettorie di crescita oltreconfine grazie alle quali realizza oltre l’88% dei propri ricavi all’estero. Dopo aver aumentato le vendite di un miliardo e raddoppiato l’ebitda lontano dalla borsa anche grazie ad acquisizioni di aziende più piccole come l’irlandese Prosys, il copione fusione-quotazione era proprio quello studiato nel 2024 da Vacchi con Promach.

Nel 2023 in occasione dell’ingresso nell’azionariato di Ima da parte della banca d'affari americana Bdt (subentrata con il 49,8% a Bc Partners), le nozze con il competitor statunitense erano il naturale approdo per il gruppo di Vacchi, industriale con il pallino dei campioni di filiera. Il 50% di Promach era nel portafoglio proprio della merchant bank dell’ex Goldman Byron Trott. Il progetto era quello di creare un gigante del packaging da oltre 5 miliardi con ipotetica quotazione a Wall Street.

Le nuove ipotesi di fusione e il dossier Gea

Poi, probabilmente per dinamiche sottostanti industriali come tipologie di produzione e mercati serviti, il merger italo-americano non è andato a buon fine. L’exit di Bdt non avverrà prima del 2028 e nel frattempo, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, nei mesi scorsi in Ima durante i vari dialoghi con competitor e analisi di fattibilità per operazioni industriali da cui estrarre sinergie ci sono stati contatti con il colosso tedesco Gea.

Quotata a Francoforte, Gea è un gruppo da 18 mila dipendenti, 5,5 miliardi di fatturato, circa 900 milioni di ebitda e quasi 10 miliardi di capitalizzazione di mercato. Il suo nome era circolato lo scorso anno per l’exit di Cvc da Syntegon, connazionale attiva sempre nel packaging.
 

Alcune fonti finanziarie riferiscono di progetti concreti di fusione fra Gea e Ima con tanto di concambi che però non sarebbero poi approdati a nulla, mentre da Bologna fanno sapere che si tratta soltanto di una delle tante ipotesi allo studio senza che sia stato prodotto nulla di effettivo nè tantomeno con dialoghi inoltrati sui valori. (riproduzione riservata)



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