I riflettori si riaccendono su Banco Bpm, due mesi dopo l’ops fallita di Unicredit. Di nuovo libero di muoversi, il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha riaperto le discussioni con Crédit Agricole Italia, primo socio sopra il 20% e partner industriale nel credito al consumo e nelle polizze.
L’ipotesi condivisa con gli advisor Lazard, Citi, Rothschild e Deutsche Bank prevede che Castagna rimanga alla guida della futura entità, mentre il cda lascerebbe spazio ai rappresentanti di Agricole, il cui interesse è consolidare la presenza in Italia, secondo mercato per importanza dopo la Francia. Il nodo cruciale resta la governance su cui il governo italiano ha già acceso un faro.
Come riferito da MF-Milano Finanza, il primo banco di prova della partita italo-francese sarà il rinnovo del board di Banco Bpm, previsto per la prossima primavera. Le nuove regole del Tuf approvate lo scorso anno rafforzano i diritti delle minoranze e rendono più complicata la presentazione di una lista unica da parte del cda uscente. Per aggirare questi ostacoli la strada più praticabile potrebbe essere la presentazione di un listone da parte dei grandi soci italiani e francesi di Bpm, comprese fondazioni e casse di previdenza che detengono circa il 6,5% del capitale. In questo scenario, gli italiani potrebbero ottenere una conferma Castagna, in cambio dell'attribuzione della presidenza a Parigi.
Il governo italiano osserva attentamente la vicenda. Soprattutto per i riflessi che l’operazione potrebbe avere su Anima, la sgr milanese controllata da Banco Bpm che potrebbe diventare moneta di scambio per favorire un’intesa con Crédit Agricole. In cambio della cessione del controllo degli asset italiani Parigi dovrebbe infatti ottenere azioni della società, salendo fino al 35-40%. Palazzo Chigi non si è ancora espresso ufficialmente ma il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha lanciato un primo segnale: «Io non ho obiezioni politiche, anche perché l'operazione ancora non c'è. Ho una legge che devo far rispettare: come l'ho fatta rispettare agli altri, la farò rispettare a loro. La legge vale per tutti». Sul possibile utilizzo del Golden Power, ha replicato secco: «Mi riferisco alla legge appunto, quella lì».
Oggi Crédit Agricole Italia dispone di quasi mille filiali distribuite in quasi tutte le regioni italiane ma con una concentrazione maggiore al Nord: 374 sportelli in Lombardia, 157 in Emilia-Romagna e 127 nel Nord Est. Gli attivi totali ammontano a 92 miliardi di euro, collocando la banca tra le realtà medie italiane, poco al di sotto di Mps e Bper.
La redditività esprimeva lo scorso anno un ritorno sul capitale del 10% e un cost/income del 51,5%, con proventi superiori ai 3 miliardi, sostenuti anche dalla componente commissionale e dai servizi di investimento. Assumendo un prezzo di dieci volte gli utili – che oggi è la media del settore in Italia - Crédit Agricole Italia può essere valutata circa 8 miliardi di euro, che significa 5,5 – 6 miliardi per il 75% in mano a Parigi. In sintesi si tratta di una banca media ma dinamica che ora avrebbe bisogno di un salto dimensionale per competere alla pari con i primi cinque istituti del Paese.
Ecco perché gli analisti ritengono che un’acquisizione da parte di Banco Bpm avrebbe un forte senso industriale, garantendo alla controllata del gruppo francese scala, profondità e maggiore penetrazione commerciale. Secondo Ubs, il merger porterebbe alla creazione del secondo gruppo bancario italiano per numero di filiali, con una quota di mercato a livello nazionale del 14% (24% solo in Lombardia). La nuova banca avrebbe asset per circa 300 miliardi, di cui circa il 30% provenienti da Credit Agricole Italia. I ricavi da commissioni di Bpm dovrebbero rappresentare il 45% della torta complessiva grazie al contributo di Anima, assumendo che l’istituto di Castagna mantenga invariato il suo portafoglio di fabbriche prodotto.
Difficilmente ci saranno strappi da parte dell’Agricole. La banque verte ha sempre preferito alleanze calibrate e relazioni di lungo periodo, evitando forzature sul mercato italiano. Tutto ebbe inizio nell'autunno del 1989, quando l'intervento della banque verte consentì a Giovanni Bazoli di rompere l'assedio di Mediobanca al Nuovo Banco Ambrosiano. Qualche anno dopo fu ancora l'Agricole a fare da scudo di fronte a un nuovo assalto di Enrico Cuccia, cioè l'opa selettiva della Comit nel corso della quale i francesi offrirono una preziosa sponda a Bazoli.
Ancora oggi molti ex dirigenti di Intesa ricordano bene la special relationship con l'Agricole, arrivata a piena maturazione al termine degli anni Novanta quando proprio un francese, Christian Merle, divenne co-amministratore delegato insieme a Lino Benassi e la simbiosi tra le due banche sembrava destinata a farsi sempre più stretta. Forse troppo stretta, se è vero che nella fusione con il Sanpaolo molti lessero un tentativo di arginare le ambizioni dei francesi.
Ma se separazione fu, proprio quell'accordo consentì ai francesi di consolidare una presenza diretta attraverso l'acquisto di Cariparma e Friuladria, che ancora oggi costituiscono il perno dell'Agricole in Italia. Parte della crescita nei 20 anni successivi è avvenuta attraverso integrazioni, come sono lì a dimostrare il salvataggio delle tre casse di Cesena, Rimini e San Miniato, l'opa sul Creval e l’interessamento alla partita Carige.
Le discussioni su un possibile merger con il Banco non sono una novità assoluta e già nel 2021 i due player avevano studiato un matrimonio, poi abortito. Oggi le trattative sono riprese, ma il progetto non sarà semplice e i colpi di scena potrebbero non mancare.