«La proposta di revoca (delle azioni, ndr) è finalizzata a razionalizzare i costi, che risultano onerosi, non avendo la società beneficiato della quotazione». Questa è la nota con cui Yakkyo, pmi innovativa che sviluppa soluzioni software per le vendite online, ha motivato la scelta di abbandonare il segmento professionale dell’Euronext Growth Milan (Egm). E non è un caso isolato. I costi sono una presenza fissa anche nelle note con cui le società divulgano le informazioni a Piazza Affari.
Da inizio 2025 sono circa 40 le aziende che hanno scelto di lasciare Borsa Italiana, mentre solo da settembre sull’Egm sono stati annunciati una decina di delisting. La società di soluzioni AI Almawave, ad esempio, è sotto opa da parte dell’azionista di maggioranza Almaviva per «perseguire i propri obiettivi in un contesto di mercato e in una cornice giuridica caratterizzati da maggiore flessibilità e beneficiando di una riduzione dei costi». Fervi, invece, vuole lasciare Palazzo Mezzanotte per «concentrare le risorse sullo sviluppo delle attività operative». Ma quanto costa davvero quotarsi e poi rimanere sul listino?
Per suonare la campanella sull’Egm serve circa 1 milione di euro, tra costi fissi e variabili, ipotizzando una raccolta di 10 milioni, secondo le proiezioni di Ambromobiliare. Il prezzo scende con una raccolta più contenuta, dal momento che la spesa più importante, quella per il global coordinator che gestisce il collocamento, varia in base all’ipo (per 10 milioni la società paga circa 500 mila euro). Il totale tra advisor, legali e società di revisione può arrivare appunto intorno al milione. A questo si aggiungono le eventuali spese per la comunicazione che - tra spese fisse e consulenze post-ipo - in un anno possono pesare per circa 60 mila euro, secondo stime di operatori del settore.
Ma le pmi possono recuperare fino a 500 mila euro sotto forma di credito d’imposta con il Bonus Ipo. In più, in Lombardia e in Liguria le aziende hanno un bonus regionale che copre fino al 50% dei costi, con un tetto rispettivamente di 600 mila e 300 mila euro, cumulabile con il bonus nazionale se riferito a voci di spesa diverse. In questo modo il conto scende molto. «Con i benefici fiscali e contando che i costi sono deducibili, l’ipo ha un costo molto basso», sostiene Giovanni Natali, amministratore delegato di 4AIM Sicaf. «Il vero problema sono i multipli bassi: gli imprenditori non vogliono andare in borsa, o se ci sono preferiscono uscire, per non svendere le loro aziende».
Una volta quotata la società ha però una serie di costi fissi che deve sostenere, tra cui circa 50 mila euro per gli esperti da cui deve farsi affiancare, cioè Euronext Growth Advisor e Specialist. Più il «ticket» annuale da pagare a Borsa Italiana (anche in caso di sospensione del titolo): nel 2025 il minimo per l’Egm è di 18.900 euro secondo le tabelle ufficiali di Palazzo Mezzanotte, ma il totale è legato alla capitalizzazione. Inoltre, operazioni o altri strumenti come warrant, aumenti di capitale, opa, accelerated bookbuilding hanno commissioni e costi di consulenza aggiuntivi.
Tutte le spese sono più alte sul mercato principale, dove il ticket di Borsa parte da 23.500 euro, le regole sono più complesse e gli esborsi per legali e advisor possono essere di varie centinaia di migliaia di euro.
Sono questi gli «oneri» che le società, soprattutto le più piccole, vogliono abbattere tornando private. Sull’Egm ci sono una cinquantina di aziende - circa una su quattro - che nel 2024 hanno fatturato meno di 10 milioni, 30 delle quali sotto i 5 milioni secondo i calcoli di MF-Milano Finanza.
Per loro la borsa può fare da vetrina e acceleratore della crescita, ma se il titolo finisce in un circolo vizioso di scambi ridotti e multipli compressi la tentazione del delisting è forte. «Sull’Egm purtroppo mancano investitori, i grossi fondi sono usciti», sottolinea Natali. Al listino «serve liquidità e un cambiamento culturale, con investitori specializzati», conferma Giulio Centemero (Lega), deputato e membro della commissione Finanze.
Un aiuto in tal senso dovrebbe arrivare dal Fondo Nazionale Strategico Indiretto voluto dal ministero dell’Economia e messo a punto da Cdp. I primi veicoli di Amundi, Equita, Algebris e Generali Investments sono partiti nelle scorse settimane e il fondo di fondi dovrebbe andare a regime nel 2026. «Il progetto ora procede spedito. Un paio di fondi inizieranno subito a investire, gli altri andranno in raccolta e altri ancora saranno autorizzati a breve», spiega Centemero. «Mi aspetto che il prossimo anno l’afflusso di capitali abbia un effetto positivo sui multipli e sulla dimensione delle ipo sull’Egm, andando contestualmente a scoraggiare i delisting». In più, la riforma del Tuf dovrebbe snellire le procedure.
L’alternativa per le aziende è l’apertura del capitale al private equity. «L’ingresso di un fondo e l’ipo sono due strumenti spesso anti-ciclici. Se il mercato non premia, le aziende tendono a guardare di più al private equity», evidenzia Marco Mazzucchelli, founder e ceo di Bip Corporate Finance & Strategy. «Con un fondo tutto rimane privato e il focus è solo sulla strategia. In borsa c’è anche una dimensione normativa e di trasparenza». Per questo la quotazione dovrebbe essere approcciata con consapevolezza. «Le società devono avere visione e non considerare la borsa solo un mezzo per avere liquidità», conclude Centemero. (riproduzione riservata)