Nella partita di Monte dei Paschi il punto non è soltanto capire chi finirà per controllare Siena, anche se lo stop alla fusione deciso da Banco Bpm lascia al momento poche incognite. L’opas lanciata da Intesa Sanpaolo ha aperto una partita più ampia, perché nel perimetro del Monte c’è oggi Mediobanca e, con Mediobanca, il 13% di Generali. Due pezzi centrali della cosiddetta «galassia del Nord».
È questo tassello che rende l’operazione rilevante per Intesa: l’ingresso di Piazzetta Cuccia nell’orbita del gruppo guidato da Carlo Messina porterebbe sotto lo stesso perimetro una grande banca commerciale, una banca d’investimento e una partecipazione strategica nel principale gruppo assicurativo italiano. La contromossa di Banco Bpm, guidata da Giuseppe Castagna, che aveva proposto a Mps una fusione fra pari è ormai finita nel cassetto, anche perché ha già incassato un primo no da Crédit Agricole, primo azionista del Banco con il 29,3%.
Prima di tutto c’è una questione giuridica da porsi. Perché l’ipotesi di nozze tra Mps e Bpm, ora tramontata, apriva anche a dubbi di natura procedurale. «Non sono un giurista, ma non possiamo fare a meno di chiederci se l’ipotesi di questi dialoghi rispetti o meno la cosiddetta passivity rule, cioè l’articolo 104 del Tuf», osserva a Milano Finanza l’ex direttore generale di Banca d’Italia, Salvatore Rossi.
«La questione è controversa. Finché Mps si limita a presentare ai suoi azionisti un’alternativa possibile, senza vincoli e fatti compiuti, la cosa potrebbe essere tollerabile dal punto di vista giuridico. Al contrario, in qualunque altra ipotesi in cui si configuri un ostacolo all’offerta fatta da Intesa, quest’ultima avrebbe tutta la possibilità e l’agio di ricorrere a un’azione legale». Bisogna stare attenti, ma «Luigi Lovaglio è una persona attentissima».
Il nodo giuridico lascia poi spazio alla realtà che da venerdì 31 luglio è ben diversa e pende dalla parte di Intesa. Che cosa succederebbe dunque al perimetro Mps nell’ipotesi che l’opas andasse in porto? «Nell’offerta di Intesa si configura una specie di spezzatino», osserva Rossi. «Il Monte e Mediobanca verrebbero di nuovo separate di fatto: con Piazzetta Cuccia che entrerebbe nell’orbita di Intesa, mentre parte della banca retail del Monte finirebbe nell’orbita di Bper via Unipol».
Una separazione che comunque, secondo Rossi, ha una sua logica industriale. E che va letta alla luce della precedente decisione di Mps di puntare su Mediobanca. Quando Rocca Salimbeni lanciò la sua offerta, molti si chiesero quale fosse il senso industriale di mettere insieme due realtà così diverse: una banca tradizionale e una banca d'investimento. «In molti si chiedevano dove fossero le sinergie. Con l’opas di Intesa si ritornerebbe sostanzialmente indietro allo status quo», afferma.
L’altra strada era appunto quella di una fusione tra pari tra Mps e Banco Bpm, con la nascita di un nuovo gruppo bancario nazionale, ormai accantonata. Ma anche in questo caso restava sempre da capire quale sarebbe stato il destino di Mediobanca. «Bisogna sciogliere un nodo rilevante: sarebbe rimasto nell’orbita del gruppo eventuale ottenuto dalla fusione o sarebbe stata venduta?». E Rossi, banchiere di esperienza aveva già capito eventuali sviluppi. «Non c’è una risposta ovvia, dipende molto dalla piega che prenderebbero le cose».
Ma le due offerte avevano anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, il risultato sarebbe stato un ulteriore consolidamento del sistema bancario. «Sia l’una sia l’altra sono ipotesi nazionali», afferma l’ex Bankitalia, «perché parliamo comunque di banche italiane che si mettono insieme. Sono entrambe operazioni che muovono un passo nella direzione giusta, quella dell’ingrandimento, ma non in quella del consolidamento transfrontaliero europeo auspicato da anni. Il meglio è nemico del bene».
L’obiettivo di creare comunque soggetti più grandi rispetto alla frammentazione attuale può essere positivo, visto che le operazioni oltreconfine restano difficili. L’operazione Unicredit-Commerzbank «è praticamente l’unica operazione vera in Europa in questo momento», con la resistenza del governo tedesco che «sembra si stia riducendo progressivamente». E mentre le banche europee restano ancora legate ai propri confini nazionali, la proprietà è già molto più internazionale.
È il caso di Crédit Agricole, azionista rilevante di Bpm, e dei grandi fondi globali come BlackRock, presenti nel capitale di diversi gruppi italiani come Intesa. La presenza dei grandi fondi internazionali, osserva Rossi, è il prodotto di quarant’anni di globalizzazione finanziaria. Un processo che, sebbene stia subendo una frenata, non può fermarsi. Ma il punto, per Rossi, è soprattutto un altro: l’Europa deve riuscire a trasformare il proprio risparmio in capitale per l’innovazione. «La finanza europea continua a essere basata solo sulle banche. Ma l’innovazione non la finanzi con il credito bancario. Basta guardare a imprese come Nvidia, Meta o Amazon. Ci vogliono altri soggetti perché la vera sfida resta convogliare il risparmio europeo verso usi continentali». (riproduzione riservata)