Il private equity italiano spinge il piede sull’acceleratore e archivia il penultimo appuntamento mensile del 2025 con 52 operazioni in porto: più del doppio rispetto allo scorso anno, quando a novembre erano stati realizzati appena 24 deal. Ma un valore superiore anche rispetto al 2023, quando erano stati realizzati 43 investimenti.
I dati di novembre, che emergono dall’Osservatorio Private Equity Monitor-Pem è un di Liuc Business School, realizzato in collaborazione con Aifi e con il contributo di Advant Nctm, Deloitte, Di Luccia & Partners, Equita, Equity Factory, Fondo Italiano d’Investimento sgr, Riello Investimenti sgr e Valori Asset Management, portano il totale del 2025 a 491: il 29% in più rispetto al 2024, con la quasi certezza di terminare l’anno sopra il tetto storico (mai toccato prima) dei 500 deal.
Comunque vada il mese di dicembre, sarà un anno memorabile per il private equity tricolore. E questo, secondo gli operatori del settore, è frutto di una maturazione del settore che parte dalla sempre maggiore integrazione con la finanza e con il tessuto industriale.
«Malgrado il contesto internazionale complicato, il private equity Italiano conferma un momento di straordinaria vivacità trainato dalle operazioni di add-on (cioè la aggregazioni aziendali, ndr) che certificano ancora una volta e sempre di più che la via principale per la creazione di valore non può essere solo la finanza, ma deve necessariamente essere anche e soprattutto l’industria», commenta Filippo Guicciardi, ceo investment banking di Equita Mid Cap Advisory. «Il rafforzamento delle imprese non può che passare attraverso la crescita dimensionale e in questo il ruolo del private equity è strategico».
Guardando allo spaccato di novembre, le operazioni di buy-out hanno rappresentato la stragrande maggioranza (90%) dei deal totali, con gli add-on al 61%. Il Nord Italia costituisce sempre, come di consueto, il principale polo catalizzatore, con Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte sugli scudi (da sole rappresentano il 70% del mercato). Interessante però il contributo proveniente da Lazio e Toscana. Mentre a livello settoriale prodotti per l’industria, terziario, informativa, beni di consumo e alimentare sono i settori maggiormente oggetto di operazioni, seppur con un bel grado di dispersione tra i vari comparti.
L’unica nota diversa dal solito riguarda la presenza di operatori internazionali, che a novembre hanno rappresentato il 46% degli investimenti complessivi. Il dato, comunque elevato e in grado di confermare il livello di maturità raggiunto dal private equiry, risulta in lieve diminuzione rispetto ai trend più recenti: basti pensare che a ottobre i fondi esteri si erano resi protagonisti di quasi due operazioni su tre (62%) andate in porto. (riproduzione riservata)