Più di 141 miliardi di euro investiti e poco meno di 71 miliardi raccolti. Questo il bilancio dell’attività degli ultimi 35 anni dei fondi di private equity e venture capital attivi in Italia. Lo calcola Aifi, Associazione italiana di private equity, venture capital e private debt. Nei primi 10-12 anni l’attività è stata appannaggio di pochi pionieri, che comunque portavano già a casa ricchi risultati. Lo testimoniano alcuni studi di Kpmg che per il decennio 1989-1998 hanno mappato operazioni di disinvestimento condotte dai fondi per il corrispettivo di 1,14 miliardi di euro rispetto ad aziende comprate negli anni precedenti per 461 milioni, con un ritorno quindi di 2,5 volte il capitale investito e un Irr medio del 33,4% .
Si sta parlando di un campione di operazioni molto ridotto e di valori irrisori rispetto a quelli ai quali siamo abituati ora: nel 1986, primo anno per il quale esistono statistiche, furono investiti 103 milioni di euro e se raccolsero 375 dagli investitori, mentre nel 1989, appunto 35 anni fa, gli investimenti furono pari 260 milioni contro 231 milioni raccolti. Per superare la soglia del miliardo di investimenti si è dovuto attendere il 1999, con 1,7 miliardi dai 996 milioni dell’anno prima. Anche per la raccolta il primo anno davvero buono fu il 1999, perché la soglia del miliardo venne superata già nel 1997, ma poi nel 1998 si tornò sotto.
In ogni caso la crescita di attività nel 2021 e 2022 è stata impressionante. Poi lo scorso anno gli alti tassi di interesse, il rincaro delle materie prime, l’instabilità geopolitica hanno frenato ovunque l’attività di m&a e quindi anche quella degli operatori di private equity, ma l’ordine di grandezza resta comunque ormai quello degli svariati miliardi di euro rinvestiti e accolti ogni anno.
In particolare il 2022 è stato il miglior anno di sempre per gli investimenti in private equity, venture capital e infrastrutture, con ben 23,6 miliardi di euro, in aumento del 61% dal precedente record di 14,7 miliardi investiti nel 2021. Quanto alla raccolta, era salita solo del 3% a 5,9 miliardi dai 5,73 milioni del 2022, ma il dato di raccolta del 2021 aveva segnato un vero e proprio record, per una cifra che era più che raddoppiata rispetto ai 2,6 miliardi del 2020. Il 2023, invece, è stata una doccia fredda con un crollo del 66% nel valore degli investimenti a meno di 8,2 miliardi e una raccolta giù del 36%, sotto i 3,8 miliardi.
Ma a parte l’inversione del trend di crescita del mercato, il punto vero è che pur essendo senza dubbio maturato, resta sempre in netto ritardo rispetto ai paesi europei a noi più vicini, con un peso percentuale rispetto a investimenti e raccolta complessivi che non corrispondono alle dimensioni della nostra economia rispetto al pil europeo. In media negli ultimi 15 anni soltanto il 9,14% del totale degli oltre 1.160 miliardi di euro di investimenti di private equity e venture capital in Europa ha riguardato target italiani.
E se è vero che tra il 2019 e il 2022 il peso relativo al singolo anno era aumentato in modo significativo, con gli investimenti su target italiani che nel 2022 avevano rappresentato addirittura oltre il 18% del totale in Europa (da poco più del 10% nel 2021 e dal 7,2% del 2019 e 2020), lo scorso anno si è tornati sotto al 7,35%. Più altalenante invece il fronte della raccolta, con il dato 2022 che, pur essendo un record per la storia italiana, rappresentava soltanto poco meno del 3,5% dei 1.340 miliardi di euro raccolti dai fondi di venture capital e private equity in Europa nello stesso anno e con una media del 4% nei 15 anni. Per non parlare poi del dato del 2023 che ha segnato un crollo al 2,34%.
L’evoluzione del mercato non è segnata però solo dalla crescita delle dimensioni, ma anche dal numero degli operatori e dal tipo di attività conducono. E qui qualcosa di buono è sicuramente stato fatto. Sul fronte del private equity, in particolare, non ci sono più solo operatori generalisti, ma sono nati fondi per esempio con focus sulle infrastrutture e sulle energie rinnovabili, altri con focus sul made in Italy, altri ancora che oltre che nell’equity investono anche nel debito, con un approccio di capitale flessibile.
Ma forse la nota più caratteristica del private equity italiano è che è sempre più presente l’approccio cosiddetto di buy&build o add-on, con l’obiettivo, partendo da una prima acquisizione, di aggregare più aziende complementari tra loro per creare sinergie di gruppo e maggiori possibilità di sviluppo internazionale. Un approccio, quella della piattaforma di aggregazione, che vale soprattutto per i fondi di small e mid market, ma che è molto frequente anche per quelli che lavorano sui grandi buyout, con la differenza che questi ultimi di norma comprano il controllo di aziende più piccole senza integrare gli imprenditori, anche perché le target spesso sono a loro volta già nel portafoglio di fondi di buyout oppure sono controllate o rami d’azienda di società industriali. Per contro gli add-on che coinvolgono pmi, prevedono quasi sempre che gli imprenditori delle società acquisite reinvestano nella holding del gruppo e mantengano la guida operativa delle loro aziende. Sia come sia, il peso le operazioni di add-on sul totale delle operazioni private equity-backed in Italia è ormai stabilmente attorno al 50%.
Lo evidenzia anche l’ultimo Report di BeBeez 2023 che ha mappato 549 operazioni di private equity lo scorso anno tra investimenti e disinvestimenti, di cui ben 207 rappresentate da add-on su aziende target italiane e altri 46 deal su aziende target estere, in linea con i numeri del 2022. Il dato di BeBeez si riferisce soltanto alle operazioni di private equity, mentre il venture capital è mappato in altre statistiche, a differenza di quelle di Aifi e di Invest in Europe.
Anche per il venture, comunque, valgono le stesse considerazioni generali fatte per il private equity: il mercato è senza dubbio cresciuto e maturato, ma resta molto piccolo rispetto a quello europeo e lo scorso anno c’è stata una battuta d’arresto importante. Secondo il database di BeBeez, sono stati 327 i round di venture capital annunciati nel 2023 da startup o scaleup di matrice italiana, cioè fondate da italiani, sebbene non necessariamente con sede in Italia, per un totale di oltre 1,5 miliardi di euro, in netto calo dai 2,57 miliardi di euro complessivi, spalmati su 339 deal, nel 2022. Valori di raccolta che comunque sono ben dieci volte più grandi di quelli che si vedevano nel 2016-2017.
Si tratta del risultato di un cambio di passo nell’approccio agli investimenti da parte non solo dei family office e degli ultra net worth individuals (Unhw), ma anche dei clienti del private banking certo abbienti ma non esageratamente ricchi, i quali comunque trovano stimolante e interessante allocare parte del loro patrimonio a investimenti diretti in economia reale e quindi sono pronti a cogliere positivamente proposte di partecipazione a investimenti appunto in club deal. Questa attitudine a voler investire nella cosiddetta economia reale è stata ovviamente ben colta anche dai big dell’asset management alternativo, i quali hanno iniziato a strutturare prodotti di private capital ad hoc per investitori privati da distribuire attraverso reti di private banking e wealth management. Non si tratta solo di prodotti con focus sul private equity: più spesso viene proposto un mix di strategie di equity e debito, ma anche real estate e infrastrutture, con l’obiettivo di diversificazione del portafoglio e quindi limitazione del rischio, in modo da avvicinarsi di più alle esigenze degli investitori privati. Allo stesso modo vengono strutturati spesso prodotti semi-liquidi, con finestre previste per permettere il disinvestimento nel corso della vita dei fondi, cosa questa che invece non è proprio possibile per un tradizionale fondo di private capital.
Tra i principali accordi annunciati ci sono quelli di Unicredit con Blackstone per un prodotto di credito europeo e Apollo Global Management per il fondo di private equity Clean Transition Equity Eltif; quello di Mediobanca sempre con Apollo per una strategia diversificata sui mercati privati e quello di Banca Generali con Generali Investments sul fronte real estate, con Lion River per il private equity e con Carlyle sul fronte del credito. Alla ricerca del partner giusto in Italia per un accordo simile c’è poi l’asset manager francese Eurazeo per le sue strategie di direct lending e anche Swiss Life sta trattando per trovare il compagno adatto che possa distribuire il suo Eltif infrastrutturale. Il rischio, però, è che gli operatori italiani perdano questo treno, perché appunto gli investitori privati italiani interessati al private capital vengono sempre più sollecitati a investire in prodotti di asset manager esteri. Solo il gruppo Azimut ha perseguito in questi anni un percorso che lo ha portato a veicolare a tutta la sua clientela anche una serie di fondi di private capital italiani con focus sull’Italia. (riproduzione riservata)