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Private equity, ecco quanto può rendere di più delle borse quando ci sono le crisi di mercato
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Private equity, ecco quanto può rendere di più delle borse quando ci sono le crisi di mercato

07 gennaio 2025, 20:00

In presenza di fasi turbolente l’extra-rendimento dei mercati privati raddoppia, ma all’interno del comparto è necessario diversificare tra i vari sotto-settori. L’analisi di Schroders Capital

Gli investimenti di private equity danno il meglio di sé in fasi di forte crisi del mercato. Un’evidenza che arriva da una ricerca di Schroders Capital (la divisione di mercati privati della società di gestione inglese), firmata dal chief investment officer Nils Rode e dall’investment research manager Verity Howells, che hanno messo a confronto le performance di private equity e mercati pubblici globali nelle cinque grandi crisi di mercato degli ultimi 25 anni.

Il private equity in cinque crisi

Si parte con la crisi delle Dotcom di fine anni Novanta: in quell’occasione il Global Private Equity Index ha perso il 16%, contro il -18% dell’Msci Acwi Gross Index: una sovraperformance di 2 punti. Extra-rendimento che passa a 3 punti in occasione della crisi finanziaria globale: -6% il private equity, -9% le società quotate. Ma è nelle ultime tre crisi che i mercati privati hanno fatto il botto: con la crisi dell’Eurozona, quando hanno vinto la sfida contro i mercati pubblici per +16% a +7%; con la pandemia di Covid-19 (+18% contro +2%) e con la crisi dell’inflazione del 2022-23: -8% contro -18%. Risultato: in media il private equity ha guadagnato l’1% in tempi di crisi, mentre il Msci Acwi ha perso il 7%. La sovraperformance ammonta così al +8%.

Le ragioni della sovraperformance

Non solo: anche la volatilità è stata più bassa. Il drawdown trimestrale massimo (cioè la distanza tra il picco più alto e quello più basso in un periodo di tempo specifico) è stato in media del 18% per il private equity e del 31% per le società quotate.

Allargando il campo ai periodi privi di turbolenze di mercato, spiega lo studio di Schroders Capital, la sovraperformance del private equity è in media di 4 punti percentuali: questo significa che l’extra-rendimento tende a raddoppiare in tempi di crisi. Il perché di questo fenomeno si può spiegare con la natura stessa dei fondi di private equity: «La tipica struttura», spiegano gli esperti, «prevede un capitale bloccato, fornendo ai general partner (cioè le società di private equity, ndr) un pool di capitale stabile e prevedibile». In buona sostanza, i fondi non sono costretti a vendere nelle fasi ribassiste del mercato, e possono «richiamare il capitale per investire a valutazioni più basse».

Inoltre, in generale le società di private equity si concentrano «su settori meno ciclici come la sanità, i servizi alle imprese e la tecnologia, limitando al contempo l’esposizione a banche e industria pesante». Insomma, privilegiano modelli di business meno volatili e che generano entrate ricorrenti.

Come funziona il calcolo dei rendimenti

Ultimo, anche se un po’ più tecnico, è un fattore che riguarda i rendimenti: «Quelli del private equity», dice lo studio, «riflettono in parte i guadagni non realizzati, e questo contribuisce a rendere meno volatili i rendimenti riportati». Questi utili in potenza si basano in genere su variazioni delle valutazioni di portafoglio, e sono guidati dalla contabilizzazione al fair value. «Gli sviluppi successivi al periodo di riferimento possono influenzare queste valutazioni, in quanto le imprese possono incorporare eventi positivi recenti nelle loro valutazioni», prosegue il report. Ciò, in buona sostanza, può portare a distorsioni di valutazione, con conseguenti rendimenti più uniformi.

Diversificare tra i sotto-settori: chi vince e chi perde nelle crisi

Attenzione però a non fare di tutta l’erba un fascio. Nella macro-categoria del private equity alcune strategie hanno fatto meglio o peggio di altre nell’ambito delle varie crisi, rendendo di fatto necessaria un’ampia diversificazione all’interno dell’asset class.

Per esempio, elenca lo studio, durante la fase della bolla delle Dotcom a risultare vincitrici sono stati i buyout sulle pmi, mentre le strategie di venture capital e di tipo growth sono uscite con le ossa rotte. La crisi finanziaria globale ha premiato ancora una volta le acquisizioni di piccole aziende, penalizzando le grandi operazioni di m&a. Durante la crisi dell’Eurozona paradossalmente tutte le principali strategie hanno fatto bene, tranne quelle legate alla regione asiatica. La pandemia di Covid-ha visto il trionfo del venture capital (si pensi all’ascesa verticale del biotech legato ai vaccini) e la sconfitta delle operazioni su piccole e medie imprese (molte erano chiuse a causa del virus). Le pmi sono poi tornate protagoniste in positivo quando è scoppiata la crisi inflattiva, fase che ha punito invece, ancora una volta, il venture. (riproduzione riservata)



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