Che lo Stato e le sue strutture incaricate di sovrintendere al buon uso dei fondi pubblici, come il ministero dell’Economia, debbano conoscere come le risorse vengono spese, è il minimo sindacale. Come questo compito fondamentale venga assolto, però, è cosa ben diversa.
Scorrendo le 115 pagine del Puc (acronimo di Protocollo Unico di Colloquio) appena sfornato dalla Ragioneria Generale dello Stato la prima domanda che viene in mente è: sanno davvero in che Paese vivono? Sono al corrente del fatto che in Italia i Comuni con meno di 5 mila abitanti sono ben 5.521, ovvero il 70% di tutti quanti, e ci abitano quasi 11 milioni di persone? E hanno chiaro che le strutture amministrative di questi paesi non sono in linea generale affidate, per forza di cose, a plotoni di raffinati manager pubblici in grado di destreggiarsi abilmente nelle più complesse pastoie burocratiche? Il dubbio, onestamente, viene.
Che cos’è il Puc è spiegato in premessa. Si tratta del «riferimento documentale» (e già qui…) che «individua e descrive l’insieme delle informazioni oggetto del monitoraggio, rispettivamente, delle misure del Pnrr e degli interventi relativi a tutti i progetti di investimento pubblico finanziati dai fondi europei, dal Fondo di Sviluppo e Coesione e da altre fonti nazionali della politica di coesione per il periodo 2021-2027».
Questa procedura serve a «individuare l’insieme di informazioni oggetto di monitoraggio per la politica di coesione, per soddisfare gli adempimenti istituzionali». Cioè non solo a conoscere come i denari vengono impiegati ma anche a renderne conto agli apparati di Bruxelles, visto che i fondi vengono comunque da lì.
Giustissimo. Ma dire che l’operazione sia agevole, per com’è stata congegnata, proprio non si può. Tanto più se si considera quant’è ancora scarsa la confidenza con i fondi europei delle nostre amministrazioni locali, molte delle quali non riescono nemmeno a stendere i progetti per utilizzarli. Il Protocollo Unico di Colloquio è uno sterminato elenco di campi da compilare con informazioni di ogni genere. Sono 471. Poi ci sono le «Tabelle di contesto del Sistema nazionale di monitoraggio», con 292 voci. E ora mettetevi nei panni dell’assessore al Bilancio del Comune più piccolo d’Italia, che ha 31 abitanti.
Tanto per essere chiari, questo Puc non è una novità. È soltanto l’estensione di una precedente versione altrettanto cervellotica, in considerazione del fatto che vengono richieste informazioni sempre più dettagliate dalle procedure europee. I tecnici della Ragioneria Generale dello Stato avranno dovuto senz’altro confrontarsi con queste esigenze. Restano comunque le considerazioni di fondo che questa vicenda non può non richiamare.
L’Europa viene percepita come sempre più distante per regole che appaiono astruse e incomprensibili. Spesso, c’è da dire, lo sono anche. Il problema è che spesso sono rese astruse e incomprensibili soltanto dal modo in cui vengono applicate. E qui la responsabilità è talvolta delle burocrazie nazionali, che come in questa circostanza ci mettono del loro. Va detto che la burocrazia italiana è davvero speciale: pur di affermare se stessa non rinuncia mai a complicare anche le cose più semplici.
Il fatto è che tutto ciò, quando riguarda l’Europa, contribuisce a rafforzare l’idea che a governare le scelte sovranazionali non sia la politica eletta dai cittadini bensì una potente tecnocrazia autoreferenziale con l’unica missione di complicarci la vita. Le conseguenze si traducono in una crescente sfiducia verso il processo di integrazione europea e quindi nei confronti della stessa Unione.
A nulla vale spiegare che quella tecnocrazia è in realtà espressione di governi nazionali liberamente eletti e che le regole sono frutto di scelte politiche concordate fra quei governi. Per quanto possa apparire paradossale, sembra che nemmeno la stessa politica se ne renda conto. Dice tutto quello che sta accadendo con l’applicazione delle direttive europee. La stessa politica che ha avallato certe scelte a livello comunitario votandole anche nel Parlamento Europeo, ora le contesta come se fossero imposizioni marziane anziché decisioni condivise. La direttiva Bolkestein che impone di mettere a gara le concessioni pubbliche, approvata nel 2006 e ancora non applicata in Italia dopo 18 anni, ne è un esempio clamoroso.
E ora non ci sarebbe da stupirsi se non riuscendo a spendere in tempo tutti i soldi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a qualcuno venisse in mente di dare pure per questo la colpa a Bruxelles. (riproduzione riservata)