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Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
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Pnrr, perché per rilanciare le imprese i finanziamenti «a pioggia» non bastano

di Guido Salerno Aletta
23 febbraio 2024, 20:00

Anche nel 2023 in Italia sono stati gli interventi a pioggia, a privati non imprenditori, ad essere stati determinanti. Mentre invece i grandi progetti infrastrutturali ed industriali in campo energetico e tecnologico, quelli che devono fare i conti con i ritorni economici a lungo termine, vanno a rilento

Suscita al medesimo tempo speranze e frustrazioni il Green Deal europeo, declinato in Italia nel Pnrr, così come accadeva nello svolgimento del tema sul futuro migliore che veniva regolarmente assegnato come compito in classe nelle scuole di una volta.

Tutto si inanella sotto l’occhiuta vigilanza della Commissione Europea, in una panoplia che prevede l’integrazione di una serie di documenti: il Piano Nazionale di Stabilità che definisce il processo di riequilibrio delle finanze pubbliche; le iniziative legislative contenute nel Piano Nazionale di Riforme; le somme stanziate nel Pnrr (124,5 miliardi di euro) derivanti in parte da erogazioni che non vanno rimborsate ed in parte da prestiti contratti con la Ue, che vengono complessivamente ripartite tra le iniziative dei ministeri da realizzare a livello nazionale e quelle che vanno territorializzate riservando una apposita quota al Mezzogiorno; i fondi del React-Ue (13,9 miliardi) finalizzati a sostenere la ricerca di fonti energetiche alternative a quelle russe; le risorse anticipate sul Fondo Sviluppo e Coesione (15,6 miliardi) destinate alle aree svantaggiate; e quelle stanziate con il Fondo complementare (30,6 miliardi) per un totale di 184,7 miliardi, successivamente rideterminato in 191,5 miliardi: questa è la somma che andrebbe spesa integralmente entro il 2026 e che, valutata insieme agli effetti delle riforme pianificate, determinerebbe un impatto estremamente significativo sulla crescita del pil.

Il Piano Nazionale di Riforma contenuto nel Def 2023, presentato dal governo nell’aprile dello scorso anno, aveva stimato nelle seguenti misure lo scostamento percentuale che verrebbe ad essere accumulato anno dopo anno rispetto allo scenario base: 2021 +0,1%; 2022 +0,2%; 2023 +1,0%; 2024 +1,8%; 2025 +2,7%; 2026 +3,4%. Così infatti conclude il documento: «In base alle ipotesi adottate, nel 2026, anno finale del Piano, per effetto delle spese ivi previste il pil risulterebbe più alto del 3,4 per cento rispetto allo scenario di base che non considera tali spese. L’impatto crescente sul pil deriva dal consistente spostamento in avanti nel tempo delle previsioni relative agli investimenti: sempre rispetto allo scenario base, il loro incremento accumulato sarebbe del +1,2% nel 2021; del +3,3% nel 2022; dell’8% nel 2023; dell’11% nel 2024; del 13% nel 2025 e del 12,4% nel 2026.

Ma i grandi progetti vanno a rilento

Ma tenendo conto dell’avanzamento in corso del Pnrrr il vero traino all’economia è stato determinato dalla concessione di contributi a soggetti diversi da unità produttive, con il 59% delle erogazioni effettuate rispetto alle disponibilità (8,7 miliardi su 14,7 miliardi). La gran parte dei contributi ai privati rientra in due grandi aree: quella dei contributi concessi da enti pubblici dopo un disastro naturale (un sisma, un’alluvione, ecc.), che abbia rovinato gli edifici di proprietà dei cittadini; quella dei contributi concessi da enti pubblici a cittadini che abbiano bisogno di interventi di sostegno, come ad esempio nel caso dell’Ecobonus per l’acquisto di veicoli non inquinanti.

Assai dinamica è stata anche la concessione di incentivi ad unità produttive, prevalentemente rappresentati dalla Transizione 4.0, con il 21 per cento (7 miliardi su 33 miliardi). Si tratta del credito d’imposta automatico per investimenti in beni strumentali al fine di supportare e incentivare le imprese che investono per la trasformazione tecnologica; del credito d’imposta ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica, design e ideazione estetica; e del credito d'imposta formazione 4.0.

In Italia, anche nel corso del 2023 sarebbero stati i contributi di tipo diffuso ed automatico, quelli concessi ai privati non imprenditori nel comparto delle costruzioni ed i crediti di imposta per l’innovazione nelle imprese, ad essere stati determinanti per il mantenimento di un ritmo di crescita sostenuto. Sono stati gli interventi a pioggia, come si diceva una volta, ad essere stati determinanti: i grandi progetti infrastrutturali ed industriali in campo energetico e tecnologico, quelli che devono fare i conti con i ritorni economici a lungo termine, vanno invece a rilento. Nonostante l’enorme mole di incentivi pubblici, il Green Deal è una rivoluzione ancora tutta da realizzare: i rischi sono tanti e, forse, non tutti ci credono davvero. (riproduzione riservata)



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