L’Italia ha finora speso solo il 44% delle risorse del Pnrr ottenute, 85,8 miliardi di euro. E i ritardi nella realizzazione dei progetti rallentano l’impatto positivo del Piano per il Paese, in particolare nelle iniziative infrastrutturali e sanitarie di grande portata. Questo il chiaro messaggio dell’ultimo report di Moody’s sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Eppure l’Italia ha raggiunto il 54% degli obiettivi del Pnrr, rispetto alla media Ue del 38%, e ha ricevuto il 72% dei fondi europei. Il flusso di risorse comunitarie si è però infranto contro una «scarsa capacità amministrativa, i ritardi negli appalti e la difficoltà di completare i progetti infrastrutturali a fronte di ritrovamenti geologici e archeologici».
Il governo italiano però si è dimostrato «flessibile e ha sostituito progetti e misure in ritardo con progetti simili, meno soggetti a ritardi oltre la scadenza di agosto 2026». Di conseguenza Moody’s ritiene che «il ritmo di attuazione accelererà con l'avvicinarsi della fine del programma, sostenendo la crescita in particolare nel 2026».
Si parla di una crescita del pil tricolore dello 0,6% entro il 2026, se tutti i fondi saranno completamente assorbiti. Al contrario, aggiunge il report, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il rinvio di 10 miliardi di euro di investimenti al 2027 potrebbe ridurre la crescita del 2026 di 0,3 punti percentuali, per poi riportarla in rialzo nel 2027.
Secondo Moody’s, il Pnrr andrà a sostenere «la crescita potenziale dell'Italia, anche mitigando almeno in parte l'impatto negativo dell'invecchiamento della popolazione». Inoltre «gli investimenti infrastrutturali sosterranno anche la competitività delle esportazioni italiane, mitigando l'impatto negativo dell'incertezza del commercio globale e dei dazi statunitensi».
Da non sottovalutare poi il fatto che il Pnrr sta favorendo e favorirà la convergenza delle regioni meridionali italiane con quelle del Nord, anche perché «l'Italia ha destinato il 40% della dotazione Ue alle sue regioni meridionali 2, che rappresentano il 22% del pil nazionale e il 33% della popolazione, per affrontare le disparità e aumentare la produttività».
Nel post-Covid il Sud Italia è cresciuto più rapidamente della media nazionale: tra il 2019 e il 2023, la crescita del pil reale in regioni del Mezzogiorno come Puglia, Campania e Sicilia è aumentato a un tasso medio annuo dell'1,5%, rispetto all'1,2% del Nord.
Con una crescita basata sugli investimenti pubblici trainati dal Pnrr, una delle principali difficoltà che il Paese dovrà affrontare dopo la scadenza del 2026 sarà quella di «sostenere gli investimenti e mantenere lo slancio riformatore», sottolinea il report Moody’s. Per ora il governo prevede di mantenere gli investimenti pubblici al di sopra del 3% del pil fino al 2030. Un passo cruciale «per sostenere la crescita intorno all'1% nonostante le pressioni demografiche, riducendo l’elevato debito pubblico dell’Italia e migliorando la qualità istituzionale». (riproduzione riservata)