Procede a rilento la messa a terra delle risorse europee del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Al primo maggio infatti l’Italia ha investito solo la metà delle risorse da spendere entro la fine di giugno, fermandosi a quota 2,6 miliardi sui 5,1 prefissati. Questa la fotografia scattata da Federlazio nel report «le pmi di fronte all’instabilità della congiuntura economica».
Mentre l’Italia ancora attende lo stanziamento della terza rata dalla Commissione europea, relativa agli obiettivi centrati al 31 dicembre 2022, si accumulano problemi all’avvicinarsi alla prima metà dell’anno. Le riforme portate a termine dal Bel Paese al primo maggio sono il 67,4%, contro l’obiettivo del 78,6% fissato per il 30 giugno. Il divario è maggiore guardando agli investimenti effettivamente fatti rispetto a quelli programmati: 28,1% vs il 43,8%. Un gap che è difficile immaginare possa colmarsi in poco più di un mese.
Entrando più nello specifico, l’Italia ha concordato investimenti per 5,1 miliardi di euro per il secondo trimestre del 2023, ossia meno di un terzo di tutti quelli previsti per il 2023, pari a 15,9 miliardi. Eppure al primo maggio la percentuale di realizzazione è solo del 16,4%, dunque sono stati investiti 2,6 miliardi, accumulando un ritardo di 2,5 miliardi (il 48,9% del totale). Il settore che ha raccolto più risorse è quello delle infrastrutture (77%), laddove la digitalizzazione e la scuola raggiungono solo quota 1%.
L’unico settore che ha investito quando aveva sottoscritto è la pubblica amministrazione, che rispetta infatti il 3,72% stabilito, sottolinea il direttore generale di Federlazio, Luciano Mocci, nel presentare l’indagine presso la sede della Camera di Commercio di Roma a piazza di Pietro. Sulla retta via si possono considerare anche la giustizia, in ritardo del 9% negli investimenti (74,95 vs 82,93), e le infrastrutture a quota 11 punti di distacco nel cronoprogramma (23,81 vs 35,03).
Al contrario il meno reattivo risulta il comparto cultura e turismo, in cui il 30,2% degli investimenti portati a termine si confronta con il 57,4% programmato. Allo stesso tempo non sono riuscite ad assorbire i fondi come da impegno nè la scuola con un gap di oltre il 22% (17,71 vs 40,03) nè il mondo dell’impresa e del lavoro, che si attesta al -20% rispetto alla tabella di marcia (42,79 vs 62,38). (riproduzione riservata)