La scadenza per l’attuazione dei progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza 2026 si avvicina. L’Italia ha però speso solo il 14,7% delle risorse assegnate e si registrano ritardi nel 75% dei progetti.
È innegabile «che siamo in ritardo, ma in qualche misura era fisiologico che la prima fase del Pnrr venisse assorbita in misura maggiore dagli aspetti organizzativi e amministrativi. D’altra parte, adesso stanno partendo i bandi e un certo volume di gare è stato completato ed è probabile che il 2024 sia un anno di deciso rafforzamento per gli investimenti pubblici e per le opere del Pnrr in particolare». Questa l’opinione condivisa con MF-Milano Finanza dall’economista Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche.
Nonostante «mi attenda una fase di accelerazione nella messa a terra del Piano nel triennio 2024-2026 non credo che riusciremo a completare tutto il Pnrr». È pur vero che anche altri Paesi membri dell’Ue sono in difficoltà, dunque, «a mio avviso è molto probabile che ci saranno delle proroghe per terminare il Pnrr nel 2027-2028». Anche perché «non ci sarebbe niente di sbagliato nel dare dei limiti temporali più ampi», evidenzia De Novellis.
Questo ragionamento non punta a ignorare il fatto che l’Italia «paga lo scotto di anni di bassissimi investimenti pubblici che avevano portato a depotenziare la macchina amministrativa e depauperare il capitale umano specifico in questi ambiti: una sorta di perdita di capacità di progettazione». Adesso che il Pnrr ha reso protagonisti gli enti locali «molte delle figure che avevano maggiore abitudine a gestire appalti e progetti sono andate in pensione e non c’è stato negli anni passati il necessario affiancamento con personale giovane, dati i molti anni di blocco delle assunzioni».
In questo quadro risulta particolarmente cruciale l’apporto nell’attuazione del Piano, soprattutto nelle «strategie di rafforzamento del sistema dei trasporti o del digitale», dei soggetti imprenditoriali e societari. D’altronde «si tratta degli ambiti più importanti su cui puntare in prospettiva per stimolare la competitività italiana».
Da notare inoltre che il Pnrr «è una base, un nuovo inizio» tanto per l’Italia quanto per l’Unione europea. Da un lato, «per sortire effetti di carattere permanente, cioè che si protraggono anche dopo la fine delle fase degli investimenti, è necessario che si modifichi l’attitudine delle amministrazioni verso le infrastrutture in generale». Ciò che conta maggiormente «non è la mera capacità di spendere ma è più importante la selezione dei progetti, che richiede molte competenze e capacità di individuare i reali fabbisogni dei territori».
Dall’altro lato, se lo strumento del Recovery a livello europeo «si rivelasse poco efficace nei singoli Paesi membri sarebbe più difficile immaginare nuove esperienze nella stessa direzione in futuro». E le principali sfide che attendo l’Europa del futuro, come la transizione ambientale o la difesa, «richiedono una visione strategica comune e una capacità di spesa sovranazionale». Per dotare l’Ue di maggiori risorse proprie, nota De Novellis, resterebbero comunque da vincere «le resistenze dei Governi che possono ostacolare le forme aggiuntive di prelievo fiscale nel proprio Paese e il problema del free riding: tutti vogliamo una riduzione delle emissioni e una maggiore capacità di difesa europea, ma poi preferiamo che i costi li sostengano prima gli altri». (riproduzione riservata)