A poco più di un mese dalla scadenza del Pnrr «la prova del fallimento del Recovery tricolore» si trova nelle pagine del Documento di Finanza Pubblica stilato dal governo: il pil potenziale italiano (ossia la capacità strutturale di crescere nel lungo periodo) si aggira tra lo 0,6 e lo 0,7% fino al 2029, «meno della metà della media europea». Per di più «il contributo della produttività rimane negativo, segnale che gli investimenti non sono stati accompagnati dalle necessarie riforme». Lo ha voluto sottolineare a MF-Milano Finanza Veronica De Romanis, economista e professoressa di Politica Economica Europea alla Stanford University a Firenze e alla Luiss Guido Carli di Roma.
Il Pnrr d’altronde si è dimostrato lo specchio dei soliti problemi dell’Italia: cattiva gestione delle risorse e incapacità di programmare le spese nel medio lungo termine. Negli ultimi vent’anni infatti l’Italia ha preferito «un’economia della paura e dell’emergenza» prediligendo «la protezione immediata alla crescita futura, puntando più su sussidi e incentivi temporanei che su investimenti strategici», come De Romanis racconta nel suo libro «L’economia della paura. Perché conservando si arretra».

E ciò si è realizzato anche con il Pnrr. «Si trattava di utilizzare una finestra irripetibile per rafforzare la capacità futura del Paese di creare ricchezza. Ma perché ciò accadesse servivano poche priorità strategiche, investimenti concentrati e riforme profonde per aumentare la competitività e la produttività italiana nel medio-lungo periodo», ha evidenziato l’economista.
La realtà è stata ben diversa. Una larga parte dei progetti finanziati è risultata estremamente frammentata: circa l’80% degli interventi riguarda opere molto piccole, «mentre sarebbe stato più efficace concentrarsi su due o tre grandi vulnerabilità del sistema italiano», suggerisce De Romanis. Al di là delle «transizioni gemelle - digitale ed ecologica - che comunque sono state affrontate nel Piano, serviva affrontare nodi strutturali come produttività e demografia».
E soprattutto «una parte significativa dei fondi è stata impiegata non per investimenti strutturali ma per misure di sostegno e sussidi». Il caso più discusso è quello del Superbonus, che ha assorbito circa 14 miliardi di euro collegati al Pnrr, che ha avuto «effetti temporanei sulla crescita ma anche un enorme impatto sul debito pubblico». Si tratta del cosiddetto effetto-soufflè, spesso registrato in Italia, ossia «l’economia si gonfia rapidamente grazie a incentivi mirati, ma poi si sgonfia lasciando il peso sulle casse dello Stato». Per avere un’idea, al Superbonus 110% è stata dedicata una mole di risorse 5 volte superiore a quella destinata agli asili nido, segnala De Romanis, «uno degli investimenti più coerenti con la sfida demografica futura e con l’aumento della partecipazione femminile al lavoro».
Questi errori sono frutto anche di una scarsa attenzione al momento della stesura del Piano stesso. Si sono prese «tutte le risorse e subito, l’Italia non ci ha pensato due volte a contrarre 121 miliardi di debito, rivelandosi meno prudente degli altri Paesi europei che hanno sottoscritto il Recovery». Per esempio, ha ricordato De Romanis, «la Spagna ha inizialmente utilizzato sussidi per poi concentrare le risorse sull’energia. Francia e Germania hanno privilegiato misure di sostegno temporaneo». E il successo della scelta si nota negli effetti del Pnrr sul loro pil potenziale per i prossimi anni, che sono stimati pari al doppio del corrispettivo per l’Italia.(riproduzione riservata)