Per far capire il contesto basta una semplice considerazione. Siamo un Paese che per consuetudine, oltre alla finanziaria, sforna ogni anno d’ordinanza un’altra legge: la Milleproroghe. Si chiama così perché è un elenco di proroghe delle innumerevoli scadenze stabilite dai governi e dai parlamenti di turno ma che poi non è stato possibile rispettare. Va avanti in questo modo da quando la Prima Repubblica non era ancora spirata. A dimostrazione che la mancata osservanza delle scadenze, di qualunque tipo, è ormai una costante di inaffidabilità tanto della nostra politica quanto della burocrazia made in Italy. E poteva forse sfuggire a questa regola il famoso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza? Così anche per la scadenza dei miliardi del Pnrr si è materializzata la suggestione di una proroga. C’è solo una piccola differenza: diversamente dalle cosiddette Milleproroghe questa non la può concedere il governo italiano con un proprio decreto. Bensì va decisa e bollinata dalla Commissione Europea.
Si dirà che non siamo nell’Unione l’unico Paese ad avere il disperato bisogno di una dilazione della tassativa scadenza del 30 giugno 2026. Ritardi o difficoltà nel completamento dei progetti interessano anche Paesi come Spagna, Portogallo, Grecia. Ma perfino Francia e Germania sono costrette a fare i conti con diversi problemi. Del resto spendere così tanti soldi, 200 miliardi di euro, in un lasso di tempo tanto limitato (cinque anni) non è facile. Il tema ha addirittura qualche risvolto letterario. C’è un divertente film americano di quarant’anni fa (Brewster’s millions) distribuito in Italia con il titolo «Chi più spende… più guadagna», che racconta la storia di un giocatore di baseball il quale per ereditare 300 milioni di dollari deve riuscire nell’impresa di spenderne 30 in 30 giorni. La missione si rivela subito complicatissima. In extremis il protagonista ci riesce ma grazie un miracolo. Più o meno quello che servirebbe all’Italia. Meglio ancora se numerosi miracoli, considerando che arranchiamo in vari settori di spesa e un po’ dappertutto nel Paese.
Le cronache riferiscono un’indiscrezione secondo cui il ministro dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti, preso atto di non poter sperare in qualche segnale divino, avrebbe chiesto a Bruxelles la disponibilità ad affrontare la questione. Si ragionerebbe anche sulla durata di questa benedetta proroga, fin oltre i due anni. Il che peraltro farebbe piazza pulita di tanta discutibile propaganda sul presunto perfetto rispetto della tempistica. La questione fondamentale è però chi (e come) dovrà eventualmente prendere in considerazione la richiesta. Fra un mese e mezzo ci sono le elezioni del nuovo Parlamento europeo che potrebbero rivoluzionare i rapporti di forza politici all’interno dell’Unione. Difficilmente in ogni caso gli interlocutori ai vertici della Commissione saranno i medesimi di ora, ovvero gli autori del piano NextGenerationEu da 750 miliardi.
Decisamente improbabile, per esempio, si profilerebbe la riconferma di Ursula Von Del Leyen alla guida della Commissione. E non c’è dubbio che il cambiamento di linea nei confronti del Pnrr, che è di fatto un embrione di debito pubblico comune europeo, risulterebbe radicale. Qualunque idea di proroga le scadenze del Pnrr deve quindi misurarsi con il verdetto elettorale di inizio giugno. Che si presenta come un rebus senza precedenti. Ma anche nel caso in cui lo scenario politico non venisse completamente stravolto e i sostenitori di una proroga avessero la meglio, la questione non sarebbe del tutto risolta. Almeno per l’Italia.
Di quanto tempo dovrebbero essere allungate le scadenze dei progetti del Pnrr per consentire il raggiungimento totale degli obiettivi? Considerando lo stato di avanzamento di importanti capitoli di spesa, i due anni (e mezzo, in realtà) di cui si è parlato sarebbero sufficienti per non perdere i denari europei? I dubbi non sono pochi, in un Paese afflitto da una cronica incertezza sui tempi di realizzazione di ogni intervento (specialmente nelle infrastrutture) e dove le semplificazioni sempre invocate da tutte le forze politiche si sono spesso risolte in complicazioni ulteriori. Per non parlare dei passaggi elettorali interni che potrebbero condizionare in misura anche decisiva il percorso di certi progetti locali finanziati (e generosamente) dal Pnrr. Fra il 2024 e il 2025 si dovranno rinnovare i vertici regionali in Basilicata, Piemonte, Umbria, Emilia-Romagna, Campania, Veneto, Liguria, Marche, Puglia e Toscana. Con cambi di maggioranza assai probabili, in molte di queste, ed evidenti riflessi sui loro apparati. Idem in tanti Comuni dove si andrà al voto: ben 3.717 nel solo 2024 e negli stessi giorni delle elezioni europee. Un’altra complicazione in più. (riproduzione riservata)