Gli indici Pmi sul settore manifatturiero hanno indicato ieri una più forte frenata economica in Europa. Per la prima volta negli ultimi mesi sono arrivate indicazioni negative anche dal mercato del lavoro, che finora è stato un punto di forza dell’area euro. Tra i Paesi va male la Germania, seguita da Italia, Austria, Olanda e Irlanda. È un campanello d’allarme rispetto a eventuali strette eccessive della Bce, mentre le pressioni sui prezzi per le aziende sono in calo. Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel però ieri ha insistito con aumenti dei tassi oltre luglio. Ma anche tra i falchi ci sono dubbi su nuove strette in autunno tali da colpire troppo l’economia e le banche nazionali. L’indice Pmi manifatturiero, compilato in base alle risposte di 3 mila aziende europee, è sceso a giugno a un valore di 43,4 nell’Eurozona, rispetto al dato preliminare di 43,6 e a quello di maggio di 44,8. Il livello raggiunto è il più basso da 37 mesi, cioè dalla pandemia nel 2020 ed è sempre più lontano dalla soglia di 50 che separa la contrazione dall’espansione dell’economia. «Ci sono prove sempre più evidenti che il settore industriale ad alta intensità di capitale sta reagendo negativamente agli aumenti dei tassi Bce», ha commentato Hamburg Commercial Bank, la banca che produce gli indici assieme a S&P Global.
L’Italia, così come Germania, Austria, Irlanda e Olanda, ha toccato il livello più basso da oltre tre anni. L’economia italiana finora è andata meglio della media europea sulla spinta di turismo e servizi ma in futuro potrebbe pagare la caduta del manifatturiero, che risente anche della debolezza tedesca. Nei giorni scorsi la premier Giorgia Meloni e alcuni ministri hanno criticato la Bce per i rialzi dei tassi. Un dato significativo riguarda i posti di lavoro, che sono diminuiti nelle imprese europee contattate per gli indici Pmi per la prima volta da gennaio 2021. La presidente Bce Christine Lagarde nel forum di Sintra si è mostrata preoccupata per l’effetto sull’inflazione dell’aumento dei salari, legato alla resistenza del mercato di lavoro. Ma se l’economia peggiorerà, allora anche le aziende, che finora hanno accumulato lavoro, potrebbero tagliare posti riducendo le pressioni sui prezzi. La frenata dell’economia e della domanda abbasseranno l’inflazione. «Il crollo della richiesta di beni destinati alla produzione e le condizioni degli approvvigionamenti in notevole miglioramento hanno contribuito a un nuovo forte declino dei costi medi di acquisto, mentre i prezzi di vendita sono crollati al tasso più veloce in tre anni», ha osservato S&P Global.
L’inflazione nell’Eurozona è scesa al 5,5% a giugno, dal 10,6% di ottobre. Il dato core è salito al 5,4%, dal 5,3% di maggio. La Bce ha già preannunciato un rialzo dei tassi di 25 punti base nella riunione di fine luglio, mentre non è stato deciso nulla riguardo a settembre. «L’eventuale necessità di alzare ulteriormente i tassi dopo luglio sarà decisa in base ai dati economici. A mio avviso abbiamo ancora strada da percorrere», ha detto ieri Nagel che ha auspicato anche una «significativa» riduzione del bilancio Bce e quindi del portafoglio di titoli di Stato. Per il presidente della Bundesbank «dominano i rischi al rialzo sull’inflazione» e sono «non negative» le proiezioni sulla crescita della Bce, che hanno indicato un aumento del pil dello 0,9% quest’anno. Ma le previsioni sono state giudicate ottimistiche dagli economisti. La curva dei tassi tedesca non è mai stata così invertita da quando c’è l’euro, un segnale negativo per l’economia nazionale: i titoli a 10 anni rendono 80 punti base meno di quelli a due anni. «I dubbi su ulteriori rialzi dei tassi cresceranno, le voci critiche stanno diventando più forti», ha detto Nagel. Per il presidente della Buba però la Bce deve frenare l’economia anche a costo di essere «impopolare», in quanto istituzione «indipendente». Si potrebbe leggere come una risposta indiretta alle critiche del governo italiano. Ma anche il fronte dei falchi non è ancora certo di un rialzo Bce a settembre. (riproduzione riservata)