Questa legge di bilancio ha due facce, avverte Simone Strocchi, consigliere Assonext (l’associazione che raccoglie le pmi quotate) e presidente di Electa Ventures. La prima «è quella giusta: finalmente qualche respiro per il ceto medio, una riduzione della pressione fiscale e la de-fiscalizzazione degli straordinari». Per Strocchi è un segnale di equità verso chi lavora davvero e tiene in piedi la domanda interna. Ma c’è anche una parte della legge di bilancio che preoccupa: ovvero «la proposta di escludere dall’esenzione Pex (Participation exemption) i dividendi percepiti da soggetti Ires su partecipazioni inferiori al 10%», andando quindi a colpire le piccole e medie imprese quotate a Piazza Affari.
La Pex, introdotta con la riforma Tremonti del 2003, prevede che le plusvalenze realizzate non rientrino tra i ricavi soggetti a tassazione Ires o concorrano in percentuale minima al reddito imponibile dell’impresa. In pratica le plusvalenze generate in regime Pex concorrono alla formazione del reddito imponibile del soggetto Ires solo nella misura del 5% con un taglio dell’imponibile fiscale sulla plusvalenza del 95%. È molto usata dalle holding o dalle società industriali quando vendono quote di altre imprese i portafoglio. Escludere quindi dalla Pex le pmi è «uno scivolone per un governo che vuole attrarre investitori stabili e promuovere la crescita» delle stesse piccole e medie imprese, la spina dorsale dell’economia italiana. Perché di fatto «penalizza chi investe in modo paziente e duraturo, chi crea family office e ne indirizza i capitali verso investimenti in società italiane, chi partecipa ad aggregazioni industriali che diluiscono a livello di consolidata le quote originariamente detenute nelle società aggregate», ragiona Strocchi.
Colpisce soprattutto mid and small cap, ovvero i segmenti Egm e Star di Borsa Italiana, dove la presenza di azionisti stabili è «fondamentale per sostenere valutazioni, liquidità e fiducia». Da questa possibile esclusione, ragiona Strocchi, il governo incasserebbe «un gettito risibile. Bisognerebbe chiedersi se non sia meglio ampliare e rivalutare il mercato perché è lì che si genera valore vero e gettito futuro, piuttosto che spremere il piccolo rivolo dei dividendi che arriva da investitori stabili ma minoritari».
A questo punto Strocchi si augura la cancellazione integrale del provvedimento, o almeno una «correzione vigorosa». E in tal senso propone alcune soluzioni alternative: 1. ridurre l’esenzione Ires dal 95% al 90% senza soglie di partecipazione; 2. escludere le società quotate e quelle trattate su mercati regolamentati o multilaterali; 3. introdurre una soglia alternativa «alla lussemburghese», con un investimento minimo in valore assoluto; 4. legare la piena esenzione a un periodo minimo di detenzione. La Borsa, conclude, serve a fare «tre miracoli: collegare le imprese a investitori pazienti, attrarre capitale domestico e favorire aggregazioni industriali». (riproduzione riservata)