Lo smantellamento delle piattaforme offshore italiane segue regole superate che vanno riscritte. Lo sostiene lo stesso Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica citando la piattaforma Squalo di Eni nell'ultimo Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi (Buig) e delle Georisorse, che potrebbe così fare da apripista per la modifica della cornice normativa del 2019 con cui l'Italia gestisce il fine vita degli impianti petroliferi in mare e che ora non tiene più il passo con quello che il Parlamento ha appena deciso.
Squalo è una piattaforma di Eni, installata al largo di Pineto, in provincia di Teramo, a circa 23 chilometri dalla costa abruzzese, su un fondale di 70 metri. Sei pozzi tutti ormai chiusi, struttura ancora in piedi e, secondo le verifiche di Rina Consulting commissionate da Eni, in condizioni strutturali sufficientemente buone da rendere sensato uno studio di riutilizzo, invece della demolizione.
Il percorso amministrativo per Squalo ha richiesto pareri incrociati tra i vari uffici tecnici del Mase e il ministero della Cultura, che a fine giugno ha dato il via libera definitivo: nessun vincolo archeologico nell'area, distanza sufficiente da zone protette e Rete Natura 2000. Risultato? Squalo entra nell'elenco delle piattaforme «dismesse minerariamente ma con possibilità di riutilizzo per scopi diversi dall'attività estrattiva», con termine per la presentazione di un progetto fissato al 30 giugno 2027.
Per Eni, va precisato, il provvedimento non rappresenta un'autorizzazione al riutilizzo della piattaforma né modifica gli obblighi previsti per la sua dismissione: qualsiasi soluzione - riutilizzo industriale, reefing o rimozione - dovrà essere sottoposta a un nuovo procedimento autorizzativo.
Ma nel parere della Direzione Generale Valutazioni Ambientali compare il passaggio chiave: la posizione di Squalo, a metà strada tra l'Area Marina Protetta di Torre del Cerrano e la fossa di Pomo, renderebbe interessante uno studio degli organismi marini che si sono sviluppati nel tempo sulla struttura sommersa del jacket, cioè il cosiddetto reefing in situ, il mantenimento parziale della struttura come barriera artificiale a fini di conservazione della biodiversità, non di riutilizzo industriale.
Il problema è che il Decreto Ministeriale 15 febbraio 2019, tuttora in vigore, prevede solo due strade: la rimozione totale oppure il riutilizzo integrale per finalità diverse dall'estrazione. Non contempla una terza via, come appunto il decommissioning parziale a scopo conservativo, che, spiega il Ministero, sta invece «trovando un progressivo riconoscimento nell'ordinamento» grazie alla Legge 7 maggio 2026, n. 70 sulla “Valorizzazione della risorsa mare”, approvata dal Parlamento appena due mesi fa. È questa mancanza, non la scelta tra rimozione e riutilizzo già prevista dalla norma attuale, a rendere necessario l'aggiornamento secondo il Mase.
Il testo è già oggetto di un confronto acceso. L’articolo 28 introduce nella disciplina della dismissione mineraria il riferimento agli «ecosistemi marini di interesse conservazionistico» che si sviluppano attorno alle piattaforme nel corso dei decenni di attività, un principio mutuato dalla letteratura scientifica internazionale, che da tempo descrive queste strutture come habitat artificiali complessi.
Ne è nata una spaccatura tra ambientalisti e operatori, come ai tempi del blocca-trivelle: da una parte chi sostiene che lasciare in mare le strutture eviti di distruggere ecosistemi ormai consolidati, dall'altra chi contesta che le compagnie possano di fatto risparmiare sui costi di rimozione senza contropartite ambientali.
Secondo i dati del Mase aggiornati al 31 dicembre 2025, in Italia risultano censite 137 strutture marine tra piattaforme e impianti assimilabili. Il caso Squalo rappresenta, allo stato, un'eccezione nella gestione delle dismissioni offshore di Eni. Quelle censite dal Mase sono da rimuovere senza possibilità di riutilizzo, aggiornato al 30 giugno 2026, comprende tra le altre Ada 2, Ada 3, Ada 4, Azalea A, Fabrizia 1, Jole 1, PC-73, Armida 1, Regina 1, Viviana 1, Antares 1 e Diana, tutte di Eni, oltre a Porto Corsini Mare Sud 1 e 2 e alla piattaforma Energean San Giorgio Mare 3. Ma anche un solo caso basta per spingere a riscrivere le regole. (riproduzione riservata)