Parte ufficialmente l’arbitrato internazionale contro il Kazakistan, sulla maxi-multa ambientale da quasi 5 miliardi di dollari, promosso da Eni e dagli altri partner del consorzio Ncoc che sviluppano il maxi-giacimento di Kashagan.
La squadra dei ricorrenti è composta da Agip Caspian Sea, la controllata attraverso la quale Eni detiene il 16,81% di Kashagan, e da Shell, TotalEnergies, ExxonMobil, Cnpc e Inpex. Insomma, tutte le big oil impegnate in uno dei più grandi giacimenti petroliferi scoperti negli ultimi decenni. Tutte tranne una: manca, ovviamente, KazMunayGas, la compagnia petrolifera nazionale kazaka, titolare del 16,88% del consorzio.
Il collegio è presieduto dal britannico Christopher Greenwood, nominato d’intesa tra le parti. Gli investitori hanno scelto il canadese Henri C. Alvarez, mentre il Kazakistan ha indicato Claus von Wobeser, di nazionalità messicana e tedesca. La costituzione del tribunale segna il passaggio dalla presentazione del ricorso all’effettivo svolgimento del procedimento, nel quale gli azionisti esteri contestano il comportamento delle autorità kazake alla luce dei trattati internazionali sulla protezione degli investimenti.
Al centro della causa c’è la sanzione da 2.300 miliardi di tenge, pari a circa 5 miliardi di dollari ai cambi attuali, inflitta nel 2023 per presunte violazioni ambientali negli impianti di Kashagan. Secondo le autorità, il consorzio avrebbe stoccato quantità di zolfo superiori a quelle autorizzate. Le compagnie respingono sia le accuse sia la multa e sostengono di avere operato nel rispetto della legislazione e dei permessi in vigore. Contestano inoltre al Kazakistan di non avere garantito agli investitori il trattamento equo previsto dagli accordi internazionali. La storia di Kashagan, in grado di produrre oltre 400 mila barili al giorno, è costellata di diatribe legali, ma questo non ha mai scoraggiato Eni e i partner di Ncoc dal portare avanti uno dei progetti industriali più complessi e costosi mai sviluppati nel settore petrolifero. A sua volta, il governo di Astana sa di non poter fare a meno degli investimenti esteri.
L’avvio effettivo dell’arbitrato arriva dopo un’estate di forte tensione. Il governo kazako aveva concesso a Ncoc fino al 20 luglio 2026 per pagare volontariamente la sanzione, minacciando in caso contrario l’esecuzione forzata e una maggiorazione pari al 10% della somma dovuta. Il 21 luglio, scaduto l’ultimatum, le autorità avrebbero disposto il congelamento di alcuni beni e mezzi di trasporto del consorzio, senza precisarne il valore.
KazMunayGas si è detta disponibile a pagare la propria quota della sanzione, mentre gli investitori internazionali hanno scelto la strada del contenzioso. In parallelo alla causa Icsid (Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie Relative agli Investimenti) è infatti in corso un distinto arbitrato regolato dalle norme Uncitral, la Commissione delle Nazioni Unite per il diritto commerciale internazionale. È in questa seconda sede che è stato emesso il provvedimento cautelare che vieta al Kazakistan di riscuotere la multa finché la controversia non sarà risolta.
Astana non riconosce però al provvedimento la capacità di bloccare l’applicazione delle decisioni dei tribunali nazionali e ha quindi proseguito con le misure esecutive. Ncoc e le società che partecipano al progetto sostengono, al contrario, che il Kazakistan non possa adottare alcuna iniziativa per ottenere il pagamento durante l’arbitrato. La costituzione del tribunale Icsid apre così un nuovo capitolo di uno scontro che non riguarda più soltanto la multa, ma anche la tutela degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere presenti nel Paese. (riproduzione riservata)