Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato lo Statuto del nuovo Board of Peace insieme ai 20 rappresentanti dei Paesi che hanno aderito al Consiglio, definendo la giornata «molto emozionante» e sostenendo che «tutti vogliono farne parte», nonostante alcune defezioni, tra cui quella del Regno Unito. Il tycoon ha assicurato che il Board lavorerà in coordinamento con «molti altri attori, comprese le Nazioni Unite», rivendicando un ruolo centrale nella promozione della stabilità internazionale.
Trump, nel corso del suo discorso, ha rivendicato i risultati ottenuti in politica estera, sostenendo di aver già contribuito alla risoluzione di otto conflitti e anticipando che «un altro sta per arrivare molto presto», con riferimento alla guerra tra Russia e Ucraina. Un conflitto che, ha ammesso, «pensavo sarebbe stato facile, ma si è rivelato il più difficile». Il presidente ha citato un bilancio di 29mila vittime solo nell’ultimo mese, in gran parte soldati, definendolo «terribile», ma ha ribadito che «stiamo facendo molti progressi» nei negoziati di pace, confermando quanto dichiarato in precedenza dall’inviato Steve Witkoff.
Nel corso dell’evento Trump si è detto «veramente onorato» della presenza dei partecipanti, citando in particolare l’ex premier britannico Tony Blair, nominato lo scorso mese membro del consiglio esecutivo del Board. Il discorso si è poi spostato sul fronte interno, con un riferimento alla vittoria elettorale del 2024 e al «rivolgimento completo» seguito al suo ritorno alla Casa Bianca, richiamando il calo dell’inflazione e la riduzione del deficit commerciale.
Tornando ai dossier geopolitici, Trump ha affermato che diversi conflitti sono stati «spenti» e che «oggi il mondo è più ricco, più sicuro e molto più pacifico rispetto a un anno fa». Sulla guerra a Gaza ha dichiarato che «sta davvero per finire», pur riconoscendo la presenza di «piccoli focolai» ancora aperti e ha assicurato che la ricostruzione di Gaza «sarà qualcosa di grandioso» e ha esortato Hamas a restituire le spoglie dell’ultimo ostaggio israeliano ancora nel territorio palestinese.
In chiusura, il presidente ha criticato alcuni alleati della Nato, elogiando i Paesi che hanno aumentato la spesa militare su suo impulso, ma lamentando in particolare la posizione della Spagna: «Non so che problema abbiano gli spagnoli, vogliono scroccare, ci devo parlare», ha detto il tycoon.
Sono 20 al momento i Paesi che hanno accettato di entrare nel Board of peace, sul palco hanno firmato: un rappresentante del Bahrein, un rappresentante del Marocco, il presidente dell’Argentina Javier Milei, il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan, il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev, il primo ministro della Bulgaria Rosen Zeljazkov, il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban (l’unico leader della Ue), il presidente dell’Indonesia Prabowo Subianto, il vice primo ministro della Giordania Jafar Hassan, il presidente del Kosovo Vjosa Osmani, il primo ministro del Pakistan Shebhaz Sharif, il presidente del Paraguay Santiago Peña, il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita Faisal bin Farhan Al Saud, il ministro degli esteri della Turchia Hakan Fidan, un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti, il presidente dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev, il primo ministro della Mongolia Gombojavyn Zandanshatar.
Assente l’israeliano Benjamin Netanyahu per il mandato di arresto della Corte penale internazionale.
Non entrano per il momento quasi tutti i Paesi dell’Ue, dall’Italia, alla Germania, Francia e poi anche Norvegia e Regno Unito restano fuori. Rischiando a questo punto di aprire un altro fronte con la Casa Bianca. Il primo a sfilarsi è stato Emmanuel Macron, beccandosi subito l’avvertimento su possibili dazi del 200% in un’inedita manifestazione di squadrismo geopolitico. A seguire si contano anche Danimarca e Svezia.
La Russia, d’altra parte, sta «valutando». Così come l’India e la Cina.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha già detto di aver difficoltà a sedere allo stesso tavolo con Russia e Bielorussia.
Anche il Papa ha ricevuto l’invito «e stiamo vedendo che cosa fare, stiamo approfondendo» si tratta di «una questione che esige un po’ di tempo per dare la risposta», ha messo le mani avanti il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
Nello specifico, per un’eventuale adesione dell’Italia al Board of Peace per il futuro di Gaza «È difficile al momento», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Noi stiamo facendo tutto il possibile, guardiamo con grande attenzione a tutte le iniziative di pace comprese quelle degli Stati Uniti: per partecipare a eventuali iniziative come quelle del Board of Peace serve però che ci sia il rispetto della nostra Costituzione. Al momento ci sembra difficile poter firmare per come sono le cose, però lo spirito è sempre quello costruttivo di chi vuole lavorare insieme agli altri per la pace», ha concluso il ministro.
A chiarire la posizione italiana era stata ieri, 21 gennaio, la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa: «serve più tempo», ha detto spiegando che la posizione italiana resta, comunque, «di apertura», ma al momento esistono «problemi costituzionali di compatibilità». Dalla lettura dello Statuto, ha spiegato la premier, «sono emersi alcuni elementi incompatibili con la nostra Costituzione e questo non ci consente di firmare sicuramente domani».
Insomma, l’«Onu privata» di Trump pone più dubbi che altro. E senz’altro li pone in forma maggiore alle democrazie che ai regimi autocratici.(riproduzione riservata)