Il rapporto tra geopolitica e prezzo del petrolio «è ampiamente sopravvalutato», assicura Massimo Nicolazzi, economista e presidente di Isab-Goi Energy. A contare sono piuttosto l’eccesso di offerta, la transizione energetica e le politiche nazionali. D’altronde «stiamo assistendo contemporaneamente alla guerra in Ucraina, alla situazione a Gaza che non definirei proprio tranquilla, al Venezuela che si è trasformato in una terra di conquista, all’Iran minacciato da nuovi embarghi, eppure il Wti viaggia sotto i 60 dollari al barile e il Brent sotto i 65», sottolinea a Milano Finanza.
È pur vero che di recente si sono registrati degli aumenti del 10% del prezzo del petrolio «ma partendo da livelli molto bassi», spiega l’esperto, «il mercato guarda più alle dinamiche di domanda e offerta che alle dichiarazioni politiche». Per il petrolio si tratta di una contrazione della prima e di un eccesso della seconda che contiene strutturalmente il prezzo: «La capacità di produzione dell’oro nero è superiore alla domanda». L’Opec+ l’anno scorso è arrivata a tagliare l’offerta di quasi 5 milioni di barili al giorno e «comunque ciò non è bastato a sostenere i prezzi».
Sul lato della domanda, pesano «sicuramente le politiche nazionali sulla transizione energetica», soprattutto in Cina. Negli ultimi mesi «le nuove immatricolazioni di veicoli elettrici hanno superato quelle a combustione» allineandosi con la domanda di motori termici in contrazione nei Paesi Ocse ormai da anni, fa notare Nicolazzi. Al contrario negli Usa, anche se con il presidente Donald Trump «fare qualsiasi previsione diventa difficile», evidenzia Nicolazzi, le politiche del tycoon dovrebbero andare a rallentare il salto green negli Stati Uniti, «già poco inclini ad abbandonare i fossili».
In Europa anche c’è stato un rallentamento sul Green Deal ma «bisogna fare attenzione a non buttare via tutto: c’è il rischio che il rigetto delle politiche verdi, che si nota anche nei risultati elettorali in Europa, porti a cancellare anche l’obiettivo climatico, il che sarebbe un grave errore». Bisogna però senza dubbio riscrivere gli obiettivi della transizione energetica «con progressività e garantendo sostenibilità ambientale, economica e sociale insieme». Tra gli strumenti oggi più in voga ci sono i contratti per differenza che – spiega Nicolazzi – «non sono un sussidio ma un prezzo garantito» e comunque non garantiscono di per sè un abbassamento del prezzo finale.
Se questa è l’attuale fotografia del mercato del petrolio, il prezzo potrebbe dunque «schizzare davvero con uno shock dell’offerta rilevante». Per capirci dovrebbero essere toccati «i grandi produttori da 10 milioni di barili - Arabia Saudita, Stati Uniti, Russia - o comunque più di un produttore intermedio», altrimenti i tagli causati da turbolenze geopolitiche possono essere riassorbiti attingendo alle riserve. E comunque se anche il prezzo del petrolio salisse a 80 dollari al barile «non c’è da impanicarsi. Siamo molto lontani dallo scenario dello shock nel 1973: è pesantemente diminuita l’intensità energetica e soprattutto carbonica del pil». (riproduzione riservata)