Il petrolio rimbalza dal minimo degli ultimi cinque mesi dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha promesso di interrompere gli acquisti di barili russi, una mossa che potrebbe ridurre l’offerta globale. Il future sul Brent sale dello 0,40% a 62,16 dollari al barile, dopo essere sceso del 2,2% nelle due sessioni precedenti, mentre quello sul Wti scambia a quota 58,55 dollari (+0,48%). Per mesi Modi ha resistito alla pressione statunitense di smettere di acquistare petrolio russo, con i funzionari indiani che hanno difeso tali acquisti come vitali per la sicurezza energetica nazionale. «Questo è uno sviluppo positivo per il prezzo del petrolio greggio, in quanto rimuoverebbe un grande acquirente (l’India) di petrolio russo», commenta Tony Sycamore, analista di IG.
Trump non ha fornito una tempistica precisa per la riduzione degli acquisti di greggio russo da parte dell’India che per altro oggi, 16 ottobre, per bocca del ministero degli Esteri ha ribadito che la priorità della politica energetica è «difendere gli interessi del consumatore indiano in un mercato energetico volatile».
Quindi, non ha né smentito né confermato le affermazioni del tycoon. «Per quanto riguarda gli Stati Uniti, da anni cerchiamo di aumentare le nostre importazioni di energia», ha continuato Nuova Delhi, rammentando che le autorità statunitensi hanno espresso interesse ad aumentare la cooperazione energetica con l'India. «Le discussioni continuano», ha assicurato. Comunque, alcune fonti vicina al dossier hanno ruiferito a Reuters che alcune raffinerie indiane stanno preparando una riduzione delle importazioni di petrolio russo, una diminuzione graduale.
L’India, insieme alla vicina Cina, ha sfruttato al massimo le forniture russe a sconto disponibili nell’ambito di un meccanismo di prezzo del G7, progettato per mantenere il flusso di petrolio, limitando l’accesso di Mosca ai fondi per la guerra in Ucraina. Tuttavia, alti funzionari statunitensi hanno accusato le aziende indiane di trarre profitto da questa situazione e gli acquisti sono stati un punto critico mentre Nuova Delhi cerca di accelerare i colloqui commerciali con gli States. Il segretario al commercio indiano ha dichiarato il 15 ottobre che il suo Paese ha la capacità di acquistare ulteriori 15 miliardi di dollari di petrolio dagli Stati Uniti dopo che negli ultimi mesi ha, però, comprato tre volte più greggio da Mosca che dagli Usa. Per interrompere completamente questi acquisti dovrebbe reperire petrolio da alcuni Paesi del Medio Oriente.
Nel frattempo, Washington vuole che il Giappone ponga fine alle importazioni di prodotti energetici russi, come ha dichiarato il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent. Nel 2023 il Giappone ha speso 582 miliardi di yen (3,3 miliardi di euro) per l'importazione di gas naturale liquefatto russo, cifra che è aumentata del 56% rispetto al 2021. E il Regno Unito, sempre nel tentativo di ridurre il flusso di petrodollari verso il Cremlino e limitare la capacità del presidente, Vladimir Putin, di finanziare la guerra in Ucraina, ha imposto sanzioni ai maggiori produttori di petrolio russi, a due società energetiche cinesi e al raffinatore indiano, Nayara Energy, a causa della loro gestione del carburante russo.
A ottobre i prezzi dell’oro nero sono scesi a causa delle crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, che hanno sollevato preoccupazioni sulla domanda nei due maggiori consumatori di petrolio e dopo che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito di un surplus elevato nel 2026, mentre i produttori dell’Opec+ e i concorrenti incrementano la produzione in un contesto di domanda debole.
Più tardi è attesa la pubblicazione delle statistiche settimanali sulle scorte statunitensi dall’Energy Information Administration dopo i dati contrastanti arrivati dall’American Petroleum Institute: le scorte di petrolio sono aumentate di 7,36 milioni di barili nella settimana terminata il 10 ottobre, quelle di benzina di 2,99 milioni di barili, viceversa quelle di distillati sono diminuite di 4,79 milioni di barili rispetto alla settimana precedente. Gli analisti prevedono che le scorte statunitensi di petrolio siano aumentate di 0,3 milioni di barili la scorsa settimana.
Seppur in presenza di un’inflazione in aumento su scala globale, in presenza di tensioni geopolitiche costanti dal 2022, il petrolio sembra non riuscire a rialzare la testa. «L’unico motivo macroeconomico si riconduce ad una diminuzione della domanda su scala globale che di fatto non porta il petrolio a vedere degli aumenti di prezzo significativi se non a livello tecnico. Il rallentamento della Cina, paese che si trova a combattere una deflazione molto pericolosa, porta sicuramente ad un ribasso dei prezzi del petrolio», spiega David Pascucci, analista di XTB. «In sostanza, deflazione in Cina porta ribasso del petrolio. Osservando poi i rendimenti, dai massimi di quest’anno il petrolio è sceso del 30% in dollari, del -37% in euro, una condizione ottimale per chi ha bisogno di questa materia prima e probabile freno a eventuali rialzi dell’inflazione nel lungo termine».
Con più petrolio in mare, sia i costi di trasporto sia le condizioni macroeconomiche cicliche probabilmente forniranno prima del previsto un’indicazione della direzione dei prezzi. Tuttavia, gran parte dell’eccesso di offerta si sta ancora accumulando in Cina, una situazione che Michael Widmer, analista di BofA, vede continuare. L’equilibrio tra domanda e offerta di petrolio potrebbe apparire più stabile nella seconda metà del 2026 grazie all’allentamento delle politiche fiscali e monetarie e a un dollaro relativamente debole.
Oltre ai fattori macroeconomici e alla possibilità che l’Opec+ cambi rotta sugli aumenti programmati della produzione, «riteniamo che l’ampia capacità di stoccaggio, la domanda relativamente solida e il calo della produzione statunitense dovrebbero combinarsi per sostenere i prezzi del petrolio leggermente al di sotto dei livelli attuali», prevede Widmer.
Guardando al 2026, l’esperto di BofA che la produzione di greggio statunitense si stabilizzi, mentre la domanda potrebbe migliorare se gli Stati Uniti porteranno avanti accordi commerciali nei prossimi mesi. In tal caso, il Brent difficilmente crollerà fino a 40 dollari al barile nonostante i volumi in eccesso nei trimestri successivi. Pertanto, «manteniamo la nostra previsione di un prezzo medio del Brent a 61 dollari al barile nel quarto trimestre del 2025, seguito da 64 dollari al barile nella prima metà del 2026 con un supporto intorno a 55 dollari al barile». (riproduzione riservata)