Prezzi del petrolio in caduta libera in scia alle speranze di un accordo di pace tra Russia e Ucraina dopo una guerra durata quasi quattro anni. Il futures sul greggio Wti arretra del 2,56% a 57,49 dollari al barile e quello sul Brent del 2,21% a 61,98 dollari al barile, terza sessione consecutiva negativa, mentre gli Stati Uniti spingono per un accordo di pace che possa aumentare l’offerta globale di greggio sul mercato.
Entrambi i contratti sono destinati a perdere oltre il 2,5% questa settimana a causa dei timori di un eccesso di offerta, cancellando gran parte dei guadagni della scorsa. Il tutto mentre le sanzioni ai principali produttori di petrolio russi, Rosneft e Lukoil, entrano in vigore oggi, 21 novembre.
«Il petrolio accentua il ribasso perché il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha accettato di lavorare al piano di pace redatto dagli Stati Uniti», sottolineano gli analisti di Saxo. Ma altri sono scettici sul fatto che un accordo di pace possa essere raggiunto a breve: «un accordo è tutt’altro che certo», affermano gli esperti di Anz, ricordando che Kiev ha più volte respinto le richieste della Russia perché ritenute inaccettabili, ostacolando qualsiasi svolta.
Anche il rafforzamento del dollaro contribuisce a far cadere i prezzi dell’oro nero. «È probabile che il mercato petrolifero affronterà diversi venti contrari nelle prossime settimane», avverte Kelvin Wong, senior market analyst di Oanda, anche perché le probabilità di un taglio dei tassi di interesse da parte della Fed nella riunione del 10 dicembre si sono ridotte al 35% (secondo lo strumento Cme FedWatch) rispetto al 90% di un mese fa e questo frena la domanda di greggio.
Non solo. Il mercato sta diventando scettico sul fatto che le ultime sanzioni statunitensi alle compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil (la International Holding Company di Abu Dhabi è interessata alle attività estere del gruppo petrolifero, secondo Reuters, su cui hanno messo gli occhi anche ExxonMobil e Chevron e la società di private equity statunitense Carlyle), saranno efficaci.
Le restrizioni Usa, secondo Bloomberg, potrebbero lasciare quasi 48 milioni di barili di greggio russo bloccati in mare, un dato che include 50 petroliere dirette verso la Cina e l’India, ma anche verso porti più piccoli, sparse dal Baltico al Mar Cinese Meridionale, costringendole a cercare destinazioni alternative nell’ennesimo sconvolgimento del commercio petrolifero globale.
La decisione di Washington a ottobre di inserire nella lista nera i due principali produttori russi di petrolio è probabilmente la più aggressiva adottata finora dall’attuale amministrazione Trump. Il Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato all’inizio di questa settimana che le misure prese sono già un successo, dato il calo della domanda e gli sconti sui principali tipi di greggio russo.
Con le restrizioni ora in vigore, le raffinerie indiane stanno cercando forniture alternative, affittando petroliere per i carichi dal Medio Oriente a un ritmo tale da aver spinto le tariffe di trasporto sulla rotta ai massimi degli ultimi cinque anni. I trader, nel frattempo, monitorano attentamente gli acquirenti finali, se ci saranno, del greggio di Lukoil e Rosneft già in mare.
«I flussi di export russi tengono ancora, ma non stanno raggiungendo le loro destinazioni», ha dichiarato a Bloomberg Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime per Ing Groep. «Se il greggio inizia ad accumularsi, potremmo iniziare a vedere un calo delle forniture, il che preoccuperà i mercati».
Con la Russia determinata a mantenere il flusso di petrolio, Mosca ha mantenuto elevate le spedizioni via mare, intorno a 3,4 milioni di barili al giorno. Tuttavia, non tutti questi barili troveranno un acquirente. Cina e India hanno assorbito la maggior parte delle esportazioni russe dall’invasione dell’Ucraina nel 2022 e continuano ad avere stretti legami con Mosca. Entrambi i Paesi, però, non vogliono rimanere impigliati nelle sanzioni statunitensi. La portata di tali restrizioni, e la volontà di Washington di applicarle, determinerà quanta parte del petrolio raggiungerà effettivamente le raffinerie.
«È doloroso, ma solo per tre o quattro mesi», sottolinea Adam Lanning, analista senior di SSY. «Probabilmente nei prossimi mesi vedremo i mercati cominciare ad adattarsi e trovare soluzioni alternative per importare quel greggio senza finire sotto le sanzioni Usa». (riproduzione riservata)