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Mario Draghi e Ursula von der Leyen
Mario Draghi e Ursula von der Leyen
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Perché Mario Draghi è l’antidoto europeo allo strapotere di Donald Trump ed Elon Musk

08 novembre 2024, 21:22 Ultimo aggiornamento: 21:26

L’ex premier è l’unico in grado di rendere l’Europa federale e porre un argine alla linea del prossimo presidente Usa. Perché da soli, sostiene, non si va da nessuna parte e in gioco c’è la sopravvivenza del mercato unico. Ma Bruxelles deve smettere di pensarsi come l’ombelico del mondo e di perdere tempo con strumenti come il grottesco nuovo Patto di Stabilità

Divisi non si va da nessuna parte. Lo sappiamo bene dai tempi del Covid e ce lo ha ricordato Mario Draghi parlando al vertice europeo di Budapest, probabilmente volendo mandare un monito anche a Viktor Orbán che tende a fare da solo con Vladimir Putin e tra poco anche con Donald Trump.

Spingere sull’acceleratore della condivisione europea è diventata una necessità impellente con il ritorno alla Casa Bianca del magnate che nessuno voleva ma tutti hanno votato, affiancato non più dallo spiantato mattoide Steve Bannon ma dal suo finanziatore e ideologo Elon Musk, il quale segna un netto cambio di passo nella prossima amministrazione statunitense.

Il tycoon, che si professa amico di Giorgia Meloni ma soprattutto amico del suo immenso portafoglio, porterà la forza della penetrazione elettro-digital-satellitare in dote a The Donald, stavolta per sostituire la potenza di fuoco delle armi con quella dell’Intelligenza Artificiale, dei satelliti, della ricerca spaziale e dei dazi a tutela dell’America First, come efficacemente evidenziato da questo giornale nel numero del 7 novembre.

Se dunque l’Italia, quarto Paese esportatore al mondo (ma non quarta economia) e terzo debito al mondo (ma non terza economia), vuole evitare di rimetterci le penne e qualcosa come sette miliardi nella sua bilancia commerciale, deve farsi motore di un’azione immediata: promuovere Mario Draghi come commissario speciale per i rapporti con gli Stati Uniti.

Il ruolo federatore dell’ex presidente Bce ed ex premier italiano

Chi meglio dell’ex presidente del Consiglio e numero uno della Bce può parlare con gli americani, che conosce bene, forte però di un mandato speciale che gli arrivi dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, che finora lo ha usato solo come uno specchietto per le allodole nella sua campagna elettorale?

Di fronte alla vittoria a valanga di Trump sui democratici la reazione dell’Unione deve essere analoga a quella durante la pandemia, quando si decisero gli acquisti comuni di vaccino e il varo degli eurobond per finanziarie il Next Generation Eu. Non c’è tempo da perdere, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del mercato unico dove Bruxelles pensa di imporre delle regole suicide credendo di essere l’unica capitale che conta sul globo quando invece sta costruendo le premesse per il ritorno del nazionalismo più pericoloso - quello neo nazista di Afd - in Germania e non trova di meglio da fare che imporre dazi commerciali sulle automobili cinesi che a breve invaderanno tutto il mondo.

La federazione dell’Unione dovrà avvenire passando per una messa a terra, concreta, senza alchimie contabili, del dossier Draghi, estrapolando il succo del ponderoso volume di 500 pagine (che probabilmente diverrà un libro di memorie per Mondadori dopo l’incontro milanese con Marina Berlusconi).

I tre indirizzi della nuova politica europea

Il Next New Deal dovrà puntare su tre indirizzi: rendere più autonoma la posizione energetica dell’Europa ma senza il cappio del 2035 per l’abbandono del motore termico; costruire un fronte comune di alta tecnologia in una Silicon Valley europea come sta pensando di fare Terna; creare il mercato unico della difesa e degli eserciti finanziato da debito unico.

D’altronde, sempre entrando al vertice ungherese Draghi è stato chiaro: «Il contenuto del report sulla competitività era già urgente, data la situazione economica in cui siamo oggi. E le indicazioni lo sono diventate ancora di più dopo le elezioni negli Stati Uniti. La presidenza Trump farà una grande differenza nelle relazioni tra gli Usa e l’Europa, non necessariamente tutto in senso negativo. Quello che l’Europa non può più fare è posporre le decisioni. Andando in ordine sparso non si andrà da nessuna parte, siamo troppo piccoli».

Quel grottesco nuovo Patto di Stabilità

E piccolo, estremamente piccolo è invece il programma che le diplomazie ottuse dei governi europei hanno messo in campo per il resto del secolo: il grottesco nuovo Patto di Stabilità. Esso costringerà tutti i Paesi a tornare al rigore di bilancio senza avere la benché minima idea di come alimentare la crescita, che già oggi si preannuncia stagnante.


Ne ha avuto contezza chi scrive durante un interessante seminario svoltosi al Senato per iniziativa della stampa parlamentare e sotto l’egida del segretario generale di Palazzo Madama, Federico Toniato.

Pochi lo sanno, a parte lo scaltro ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma la manovra appena varata dal governo Meloni è l’ultima del vecchio regime. La prossima dovrà avere una struttura quinquennale e potrà essere cambiata in presenza di tre eventi non proprio marginali: l’insediamento di un nuovo governo, condizioni oggettive che impediscano, a più di 12 mesi dalla scadenza, l’attuazione del piano stesso, la fine della legislatura.

È stato giustamente notato che il Piano strutturale di bilancio - in pratica il nuovo Fiscal Compact - dovrà essere attuato in sette anni, unica concessione data all’Italia dai Paesi frugali, comportando a fronte di una riduzione annuale di 12-13 miliardi di euro una serie di riforme su vasta scala che vanno dal fisco alla giustizia.

Dunque torniamo a noi e all’America. Da una parte, in Italia dovremo concertare anche il minimo aumento di spesa sanitaria e di servizi essenziali con Bruxelles, riducendo la portata di emissioni di industrie, case e famiglie. Dall’altra, Trump e compagni potranno inquinare l’intero mondo, come fanno già Cina e India, dando sostanziosi bonus fiscali a chi compra beni statunitensi e imponendo dazi e la forza dell’AI a chi gli fa concorrenza. Ha ragione Draghi: da soli non si va da nessuna parte, da soli si diventa irrilevanti. (riproduzione riservata)



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