Fa discutere il servizio di MF-Milano Finanza sulle stablecoins, corredato da un decalogo che spiega perché queste criptomonete, spesso legate a una valuta ma che hanno tutte le caratteristiche di un derivato, dunque tutt’altro che stabili, possano diventare il cigno nero sui mercati. È quello che paventa un autorevole banchiere centrale che preferisce restare nell’anonimato, ma le cui osservazioni fanno riflettere e dovrebbero far partire un serio dibattito tra Bankitalia, Bce e Consob e interventi immediati del governo di Giorgia Meloni e delle autorità finanziarie europee.
Secondo il banchiere, i rischi legati alle stablecoins elencati sull'ultimo numero di Milano Finanza sono tutti veri e collegati a quella che si può chiamare «la patologia» del sistema. E la fonte aggiunge, spiegando perfettamente come funziona il sistema del credito e dell’impiego dei depositi nelle banche, come le stablecoins possano costituire un rischio di deflussi per gli sportelli bancari, come ha raccontato su questo giornale Francesco Ninfole.
Esiste infatti un’altra categoria collegata alla fisiologia delle stablecoin. Ecco di che si tratta: se due persone comprano una stablecoin per 100 euro la loro banca perde 200 euro di depositi al dettaglio (assumendo sia la stessa banca). Ora i depositi li ha l’emittente della stablecoin. In Europa secondo la Micar (la normativa in materia di investimenti anche cripto, ndr) gli issuer di stablecoin devono però depositare le loro riserve (gli euro con cui i due hanno comprato la stablecoin) nelle banche in proporzione del 30 o 60% a seconda che l’issuer sia significativo.
Quindi i depositi dei due clienti acquirenti di stablecoins finiscono di nuovo in banca, con la differenza che il depositante ora è l’issuer della stablecoin che, oltre ai 200 euro in questione, depositerà altri centinaia di milioni di euro. L’esito finale è che le banche perdono depositi al dettaglio che sono stabili e poco costosi e ricevono depositi all’ingrosso che sono volatili e più costosi, spiega ancora la fonte, i quali non costituiscono una base per prestiti all’economia.
La chiosa di questo ragionamento è ancora più preoccupante: il rischio di deflusso dai depositi bancari non è collegato a momenti di stress. È intrinseco al «funzionamento» delle stablecoins. Significa che la miccia è già accesa e non dipende dalle condizioni di mercato o da crisi finanziarie.
Sono loro la causa di una possibile crisi finanziaria e non l’effetto.
A beneficio dei lettori di MF-Milano Finanza ecco riepilogati i dieci punti del decalogo. 1) Mancanza di trasparenza sulle riserve. 2) Rischio di corse agli sportelli simultanei per riscattare i token. 3) Interconnessione con il settore finanziario tradizionale, dai titoli di Stato ai depositi bancari. 4) Elevato utilizzo nei mercati cripto. 5) Possibili problemi di liquidità. 6) Rischio operativo e cybersicurezza. 7) Shadow banking: molte stablecoin svolgono funzioni simili a quelle bancarie. 8) Effetto leva nella finanza decentralizzata. 9) Concentrazione del mercato: la dipendenza da pochi grandi emittenti rende il sistema fragile.10) Rischi normativi e shock di fiducia. (riproduzione riservata)