Tanto rumore per nulla? «Il rapporto è ottimo! Grazie per l’attenzione a questa questione!».
Di primo acchito, e nonostante l’abitudine a una comunicazione fortemente emozionale, le parole usate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per concludere il tweet con cui ha annunciato sul suo social Truth l’accordo raggiunto con la Cina sulle tante questioni commerciali e strategiche sollevate dalle due parti in questi mesi, sono state sorprendenti: ci sarebbe di mezzo un po’ tutto, dalle misure dei dazi a regime alla ripresa delle esportazioni cinesi delle materie prime critiche, sulla base di licenze che saranno comunque solo temporanee, fino al rilascio dei visti per la frequenza dei corsi di istruzione negli Stati Uniti.
Sicuramente conta la necessità di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dalla rivolta dei migranti illegali in California, ma forse sullo sfondo c’è un dato più determinante: l’onda montante della strategia ipotizzata da Trump per arrestare la crescita dimostratasi pressoché inarrestabile della Cina da un quarto di secolo a questa parte potrebbe essersi già infranta contro la muraglia che Pechino ha eretto a difesa della propria strategia di espansione globale.
Non ci sarà dunque una nuova Yalta, con il confinamento della Cina nello scacchiere Indopacifico, una prospettiva che rispecchierebbe quella che Trump avrebbe immaginato per estendere la marcatura geopolitica statunitense all’intero Continente americano, integrando il Canada e la Groenlandia, assicurandosi il controllo del Canale di Panama e condizionando gli orientamenti della politica estera di Brasile e Argentina per allontanarli dalla collaborazione con la Cina.
Pechino non intende rinunciare al modello di sviluppo ricercato attraverso i Brics+, una cooperazione tra Paesi diversissimi e lontanissimi tra di loro che mira a sostituire le istituzioni internazionali fondate dagli Usa al termine della Seconda Guerra mondiale: persegue una strategia di crescita che punta al rafforzamento delle relazioni politiche ed economiche basate sulle reciproche convenienze e non a una legittimazione autoritaria che le deriverebbe dalla spartizione tra le Superpotenze delle rispettive aree di influenza.
La Cina ha tratto l’insegnamento storico della spartizione dell’Europa in aree di influenza tra l’Urss da una parte e gli Stati Uniti e il Regno Unito dall’altra, che era addirittura arrivata alla quantificazione in percentuale del rispettivo potere in ciascun Paese: non solo per l’Urss, ma anche per gli Usa, gli accordi di Yalta furono un fiasco, imponendo costi elevatissimi di stabilizzazione sia sul piano militare che sul versante economico.
Nonostante la presa politica attraverso i partiti filoamericani da una parte e quelli comunisti dall’altra, l’Urss si trovò ad affrontare ricorrenti opposizioni a partire dall’Ungheria nel ’56, poi in Cecoslovacchia nel ’68 e infine in Polonia nel ’78 quando gli Usa decisero di sostenere le rivolte di Danzica e di fare crollare il Muro di Berlino. Inutile dire che il Comecon era uno strumento asimmetrico, in cui l’Urss si dissanguava a favore degli altri Paesi partecipanti.
Gli Usa, dall’altra parte della Cortina di ferro, non solo dovettero immediatamente sostenere la ripresa economica dell’Europa occidentale con il Piano Marshall, trovandosi presto a dover sborsare annualmente il proprio oro per ripianare l’inatteso deficit commerciale sulla base degli accordi di Bretton Woods, ma si accollarono con la Nato il costo prevalente della difesa dal Patto di Varsavia, dovendo intervenire con misure incisive e assai poco democratiche per evitare indesiderati sbandamenti filocomunisti.
In realtà, non sembra che neppure la Russia sia interessata alla replica degli accordi di Yalta, per la cui definizione tanto si spese Winston Churchill contrattando direttamente con Joseph Stalin: l’obiettivo finale di Vladimir Putin non è tanto il riconoscimento a livello internazionale della sovranità sulla Crimea e lo status quo dell’occupazione militare di porzioni di territorio ucraino, ma la definizione di un’architettura di sicurezza europea che vada oltre la Nato. Per questo, la sua guerra continua.
Ancora una volta, come accadde nel ’45 sempre con Churchill, è il Regno Unito che sostiene la necessità di isolare la Russia, considerandola il nemico esistenziale dell’Europa. In questa corsa al riarmo europeo, Londra sta facendo il gioco di Berlino, che non vedeva l’ora di buttarsi finalmente alle spalle l’onta di due Guerre mondiali perse e di tornare una potenza militare, non solo economica. Si chiudono entrambi gli occhi sulla spregiudicatezza con cui Berlino ha stretto legami energetici fortissimi con la Russia e industriali con la Cina, puntando sulla deflazione dell’Eurozona attraverso il Fiscal Compact e sulla debolezza dell’euro per ingigantire il proprio export. Neppure la spartizione della Polonia seguita dall’Operazione Barbarossa hanno insegnato nulla a Londra, che punta sulla frattura tra Europa e Russia per tornare a incidere sulle dinamiche continentali dopo la Brexit.
D’altra parte, Londra aveva sempre istigato il Giappone a colpire la Russia partendo dai confini dell’Estremo Oriente per distogliere le forze dello zar che altrimenti avrebbero minacciato la sua colonia indiana, e a invadere la Cina da Settentrione per dirottare la difesa imperiale dalle coste ove Londra concentrava i propri traffici commerciali. Mosca e Pechino ne hanno buona memoria e sanno che nessuno a Oriente, dal Giappone alla Corea del Sud, dalle Filippine alla Malesia, dall’India al Pakistan, accetterebbe una sudditanza: una nuova Yalta sarebbe un frutto avvelenato.
Per i nuovi equilibri globali c’è tempo: la guerra continua, procede per strappi dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, all’Iran. Per questo Trump ha deciso di trovare subito un accordo economico di minima con la Cina per riavviare i sistemi di produzione e i canali di approvvigionamento americani, prima di avere a che fare con i prezzi di produzione alle stelle e gli scaffali vuoti. È tutto precario ma con il dollaro sempre più debole, per ora basta e avanza. (riproduzione riservata)