Se l’intervento della banca centrale svizzera ha per il momento stabilizzato il Credit Suisse, il mercato si pone ancora molte domande sulla crisi del gruppo di Zurigo. La principale riguarda le ragioni strutturali che nei giorni scorsi hanno fatto cadere il titolo di quasi il 40%. Il crollo ha sorpreso gli investitori perché è arrivato in una fase in cui il Credit Suisse sembrava essersi lasciato alle spalle le difficoltà degli anni scorsi.
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L’aumento di capitale
A dicembre l’istituto aveva infatti chiuso un aumento di capitale da 4,11 miliardi di euro, accompagnato da una profonda ristrutturazione delle attività e da un rimescolamento dell’azionariato. Sebbene l’anno si sia chiuso con una perdita record da 7,4 miliardi di franchi, il coefficiente patrimoniale Cet1 è risalito al 14,1%, un valore in linea con quello delle banche sistemiche europee. Il problema insomma non è il capitale, ma la liquidità.
Già lo scorso anno Credit Suisse aveva perso asset in gestione per 123 miliardi di franchi, per la maggior parte nell’ultimo trimestre. Nel 2023 il trend ha rallentato, ma non si è fermato. Nel capitolo dedicato ai fattori di rischio la relazione annuale precisa infatti che «i deflussi si sono stabilizzati a livelli molto più bassi, ma non si sono ancora invertiti». Queste fuoriuscite hanno indotto la banca a utilizzare parzialmente i cuscinetti di liquidità a livello del gruppo, scendendo così al di sotto di certi parametri normativi legali a livello dell'entità legale. «Dopo l’aumento di capitale problema della banca non è il patrimonio, ma è il funding. Da questo punto di vista il backstop della banca centrale dovrebbe servire a sostenerla fino a quando non si riaprirà il mercato del funding», spiega un banker a MF-Milano Finanza.
L’altro problema è quello della fiducia delle controparti all’interno delle operazioni in derivati. Un segnale preoccupante in questo senso è arrivato mercoledì 15 da Bnp Paribas: la prima banca francese avrebbe annunciato ad alcuni clienti che non accetterà più le cosiddette novations relative a contratti derivati su cui Credit Suisse è controparte. Anche in questo caso si tratterà di capire se lo scudo della banca centrale sarà in grado di ridare fiducia al mercato, ristabilendo la normale operatività della banca.
Se la crisi di Credit Suisse si è aggravata solo negli ultimi giorni, già alla fine di febbraio si registravano i primi segnali di fibrillazione. Il più rilevante è stata la scelta dell’asset manager americano Harris Associates di liquidare l’intera partecipazione nel capitale della banca, pari al 5%. L’uscita di scena dell’investitore non poteva passare inosservata perchè Harris Associates è stato socio stabile di Credit Suisse per circa 20 anni con una quota che era arrivata fino al 10%. Semplice attività di ottimizzazione del portafoglio oppure dietro la scelta di vendere c’era dell’altro? Poco chiara è stata anche la strategia che mercoledì 15 marzo ha orientato le mosse della Saudi National Bank, primo azionista di Zurigo al 9,8% dopo l'investimento da circa 1,5 miliardi di dollari, fatto con l'ultimo aumento di capitale.
Nella mattinata di mercoledì 15 marzo il presidente Ammar al-Khudairy ha escluso in maniera piuttosto categorica una crescita nel capitale della banca: « Se superiamo il 10%, entrano in vigore una serie di nuove regole e non siamo propensi ad entrare in un nuovo regime normativo», ha tagliato corto al-Khudairy. La dichiarazione ha fatto crollare in borsa il titolo Credit Suisse, che alla fine della seduta ha bruciato oltre il 24% del proprio valore. Forse proprio alla luce di questa caduta, qualche ora dopo il numero uno di SNB ha corretto il tiro in un’intervista con Reuters: sono «contento del piano di ristrutturazione del gruppo. Non penso che abbia bisogno di ulteriore liquidità, se si guarda ai ratio patrimoniali, vanno bene», ha dichiarato al-Khudairy. Una strategia di comunicazione davvero irrituale che alcuni investitori hanno giudicato molto vicina alla manipolazione del mercato. La ragione? L'investimento in Credit Suisse è stato finora assai avaro di soddisfazioni per i sauditi. La quota, pagata 1,5 miliardi di dollari nell'autunno scorso, oggi vale in borsa appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. È possibile insomma che l’azionista abbia voluto esprimere pubblicamente il proprio disappunto, mettendo in discussione in modo implicito l’operato del ceo Ulrich Koerner. (riproduzione riservata)