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SILVIO BERLUSCONI
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Pensioni, il divario tra promesse elettorali e i conti dell’Inps

di Sergio Rizzo
19 dicembre 2025, 22:00 Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2025, 09:52

Dalle baby pensioni alla legge Fornero, la storia della previdenza in Italia è segnata da promesse politiche e realtà economiche difficili. Il futuro del sistema resta incerto

In principio fu Giuliano Amato, ma il vero salto di qualità arrivò con Silvio Berlusconi. «Da gennaio porteremo le pensioni minime a un milione al mese», promise una manciata di giorni prima delle vittoriose elezioni del 2001, quando c’era ancora la lira. Detto fatto. E siccome funzionò, la promessa del Cavaliere passò a mille euro al mese alla vigilia delle elezioni del 2018. Ma stavolta ne spuntava una ancora più grossa, di promessa. Non sua, ma del Movimento 5 stelle: il reddito e la pensione di cittadinanza. Che infatti spopolarono.

Le promesse politiche sulle pensioni

Tramontata la stella grillina, è tornata a splendere quella berlusconiana dei mille euro garantiti al mese. Pazienza se il Cavaliere se n’è andato lasciando un vuoto incolmabile a destra e se i pensionati che riscuotono un assegno inferiore a mille euro sono 12,6 milioni sui 17,8 iscritti all’Inps. La bandiera, mai ammainata dal suo partito, viene prontamente impugnata da Fratelli d’Italia. «L’obiettivo delle minime a mille euro al mese resta valido. Entro fine legislatura», dice Marco Osnato, presidente della Commissione finanze della Camera e incidentalmente genero del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Senza dimenticare, però, l’abolizione della «famigerata» (copyright Ignazio Messina, già segretario di Italia dei Valori, partito ora alleato di Noi con l’Italia, quarta gamba della maggioranza) legge che porta il nome di Elsa Fornero. Cavallo di battaglia di Matteo Salvini, cavalcato pure da Giorgia Meloni.

Ma com’è noto un conto sono le promesse della politica e un conto è la dura realtà. Ecco allora che i mille euro si sono magicamente trasformati in un aumento di tre euro al mese e l’abolizione della Fornero si è trasformata nuove striscianti strette dell’età pensionabile. Con il corollario di un aggravio per i giovani, ai quali il riscatto della laurea sarebbe potuto costare molto di più: salvo poi fare una fulminea e imbarazzante marcia indietro…

La realtà economica e i numeri dell’Inps

Del resto i numeri quelli sono. A chi volesse farsi un’idea della situazione consigliamo la lettura della più recente relazione sulla gestione dell’Inps, l’ultima messa a punto dal consigliere della Corte dei conti Antonio Buccarelli. Nel 2026 le entrate contributive dell’Inps si stimano inferiori di 60 miliardi alle risorse necessarie per pagare tutte le pensioni, comprese quelle di invalidità civile. E fra poco più di un ventennio, nel 2049, il buco sarà di 192 miliardi. L’anno, ovviamente.

Nel 2049, precisa il rapporto della Corte dei conti, la copertura dei contributi sarà ridotta ad appena il 69% del totale, «restando a carico della fiscalità generale il 31 per cento della spesa previdenziale». A quel punto non basterà a tappare una falla sempre più grossa nemmeno il prelievo fiscale a carico degli stessi pensionati. Cifra, oggi pari a 59 miliardi, che attualmente serve a mitigare il disavanzo previdenziale grazie al fatto che il gettito Irpef dei pensionati è superiore al contributo che lo Stato deve versare per i lavoratori dipendenti in pensione, pari a 31 miliardi. Per non parlare poi del fatto che le previsioni, secondo Buccarelli, potrebbero essere sovrastimate, e il tasso di copertura valutato per il 2049 nella misura del 69% risultare «probabilmente molto inferiore». Ovviamente pagheranno i contribuenti.

Tutto pubblico, nero su bianco. Ma non adeguatamente pubblicizzato, purtroppo. E i governanti si sono ben guardati dal dare a queste informazioni il dovuto risalto. Continuando a non dire la verità agli italiani. Salvo poi essere costretti ad adottare comportamenti che cozzano tragicamente con proclami e promesse cui non intendono assolutamente rinunciare. In un Paese che vota sempre meno, e votano ancora soprattutto i vecchi, sarebbe un suicidio politico.

La guerra delle pensioni: un percorso storico

La guerra delle pensioni procede così da decenni. La innesca quarant’anni fa un ministro del Lavoro del governo di Bettino Craxi, Gianni De Michelis. Dopo aver fatto i conti osa proporre di farla finita con le baby pensioni, profilando una futura catastrofe per i conti dell’Inps. Ha ragione da vendere: il fondo dei dipendenti pubblici ben presto versa in condizioni disastrose. Oggi il tasso di copertura dei contributi versati per le pensioni dei dipendenti pubblici, molti dei quali ancora adesso percepiscono l’assegno previdenziale opportunamente rivalutato da oltre quarant’anni è inferiore al 50%. Ma l’autore di quel clamoroso regalo, la DC, alza le barricate e la cosa si blocca.

Per intervenire sulle baby pensioni, anche se non eliminandole del tutto, bisogna rischiare la crisi finanziaria: il primo governo di Giuliano Amato non ha altra strada per cercare di rimettere in sesto il bilancio pubblico mentre la prima repubblica sta franando travolta da Tangentopoli. È la conferma che solo un governo d’emergenza può toccare le pensioni. E soltanto un esecutivo tecnico, qual è quello di Lamberto Dini, è in grado tre anni più tardi di far ingoiare al Paese il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Sia pure con un percorso senza particolari traumi.

Quando poi il ministro del Lavoro leghista Roberto Maroni, decide di chiudere l’epoca della pensione di anzianità, per saltare gli ostacoli subito eretti anche dal suo partito deve inventare un premio economico succulento a chi decide di restare al lavoro per convincere gli italiani a superare il trauma. Serve a poco, però, perché il governo di centrosinistra che segue subito dopo cancella con un colpo di spugna lo «scalone», com’era stato battezzato il salto dalle pensioni di anzianità a quelle di vecchiaia.

Pochi anni ancora e si rischia di nuovo la crisi finanziaria. Ecco un altro governo tecnico e la ministra del Lavoro Elsa Fornero si carica la croce sulle spalle per aver affermato un principio di buonsenso: se si vive di più, è giusto andare in pensione più tardi.

Le decisioni del governo giallo verde 

La fucilazione (politica) è immediata, ma la diga sembra reggere. Almeno fino a quando spunta il primo governo Conte, di cui è azionista di maggioranza relativa il Movimento 5 stelle che ha sbaragliato la concorrenza con la promessa del reddito di cittadinanza. Non ha però i numeri per governare da solo e allora imbarca la Lega di Matteo Salvini. Che per dare via libera al reddito di cittadinanza pretende come contropartita una legge che consente di andare in pensione con quota 100, la somma di età anagrafica e contributiva.

Il risultato è che chi ha 40 anni di contributi può percepire l’assegno già a 60 anni, anziché i 67 previsti dalle regole della legge Fornero. La misura devasta i conti della previdenza, facendo impennare il debito previdenziale implicito, che secondo i dati di Eurostat avrebbe ormai superato gli 8 mila miliardi. senza avere l’effetto promesso, quello di far entrare molti più giovani al lavoro. I nuovi assunti saranno appena 90 mila, contro 378 mila pensionati con quota 100. E l’assalto, si può stare certi, non è finito: aspettatevi altre sorprese per la campagna elettorale 2027. (riproduzione riservata)



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