Secondo il celebre investitore Paul Tudor Jones, il presidente statunitense, Donald Trump, sarebbe orientato a nominare un presidente della Federal Reserve «estremamente accomodante» per sostenere la propria agenda di crescita degli Stati Uniti. Ad avviso del fondatore e numero uno di Tudor Investments Corp, che gestisce 16 miliardi di dollari, il candidato più probabile alla successione di Jerome Powell, il cui mandato scade a maggio 2026, sarebbe l’attuale Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent.
In un’intervista rilasciata mercoledì 11 maggio a Bloomberg Television, Paul Tudor Jones, 70 anni, ha definito «nomi eccellenti» sia Scott Bessent, attuale Segretario al Tesoro, sia Kevin Warsh, ex membro del Board della Federal Reserve, entrambi in corsa per la guida della banca centrale. Tuttavia, secondo Jones, l’orientamento di Donald Trump verso la crescita economica e la lealtà personale rende Bessent il candidato con maggiori chance.
Warsh in effetti è noto per essere un «falco», avendo criticato aspramente l’uso prolungato del quantitative easing e l’espansione del bilancio della Fed, che a suo dire ha facilitato una spesa pubblica eccessiva e squilibri fiscali. si può abbassare l’inflazione senza aumentare significativamente la disoccupazione. Nel corso del suo mandato Warsh ha anche criticato l’«eccessiva dipendenza dai dati» e la forward guidance, sostenendo che distolgono l’attenzione dal mandato principale di controllo dei prezzi.
Paul Tudor Jones, fondatore dell’hedge fund macro Tudor Investment Corp. (con 16 miliardi di dollari in gestione), ha lanciato un avvertimento sui potenziali rischi di lungo periodo legati alla riforma fiscale firmata da Trump. Secondo il noto investitore, l’aumento strutturale del deficit potrebbe rivelarsi una minaccia per i mercati azionari e obbligazionari, costringendo la Federal Reserve a un’inversione di rotta con tagli ai tassi d’interesse entro i prossimi 12 mesi.
«Il Big, Beautiful Bill è geniale nel branding. Ma senza deficit, avremmo un Big Beastly Bill», ha ironizzato Jones. «È una legge ben confezionata sul piano comunicativo, ma se si dovesse davvero pareggiare il bilancio federale, ci troveremmo di fronte a una versione ben più indigesta».
Se fosse nei panni di Trump, ha aggiunto, la sua priorità sarebbe quella di nominare «il banchiere centrale più espansivo possibile», così da assicurarsi un immediato allentamento monetario. Solo dopo, spingerebbe per un severo piano di austerità che includa aumenti delle tasse sui redditi più elevati e tagli alla spesa pubblica, toccando anche voci politicamente sensibili come Social Security, Medicaid e il budget per la difesa. In parallelo, secondo Jones, i tassi d’interesse dovrebbero essere portati a un livello «più realistico attorno al 2,5%, in quanto prima o poi saranno i mercati stessi a pretenderlo».
«Il mercato obbligazionario, prima o poi, smaschererà i governi che fanno finta di poter continuare all’infinito con questa finzione», ha dichiarato, con riferimento sia agli Stati Uniti sia agli altri Paesi avanzati. Jones ha criticato duramente quella che definisce la «normalizzazione del deficit» sotto la presidenza Trump: «Un disavanzo di bilancio del 6% è diventato lo standard. Ma per me è semplicemente insostenibile».
Ha, però, chiarito di non voler fare politica: «Non sto dando giudizi ideologici. Mi limito a dire le cose come stanno. E con l’attuale struttura dei prezzi, che considero irrazionale, è molto difficile costruire portafogli orientati al lungo periodo».
Secondo Jones, l’espansione incontrollata del deficit porterà inevitabilmente a una correzione violenta dei mercati azionari. Fino ad allora, il miglior antidoto contro l’inflazione resta, a suo avviso, un portafoglio diversificato su azioni, oro e Bitcoin, bilanciato in base alla volatilità.
C’è, comunque, un’eccezione. Tra le poche misure di spesa pubblica che approva, Jones indica con favore la proposta dei «Trump Accounts» inclusa nella riforma fiscale: un contributo una tantum da parte del governo federale, destinato a fondi indicizzati a basso costo intestati a ogni nuovo nato.
«Io sono uno molto attento ai conti pubblici e, in generale, piuttosto critico. Ma questo sarebbe probabilmente il miglior investimento da 4 miliardi di dollari mai fatto dallo Stato americano», ha dichiarato. L’obiettivo? Far crescere i giovani americani come «azionisti sin dalla nascita», per alimentare una cultura economica più solida e diffusa.
Nella parte finale dell’intervista, Jones ha offerto anche una riflessione più ampia sul sistema economico: «Il capitalismo è eccezionale nel massimizzare la produttività, ma fallisce sistematicamente nella distribuzione del reddito».
Secondo il finanziere, gran parte dei guadagni di produttività generati a partire dagli anni Ottanta ha premiato in modo schiacciante le fasce di reddito più alte, creando squilibri che minano la tenuta sociale del sistema. (riproduzione riservata)