L’Europa rimette la patrimoniale al centro del dibattito, ma in una versione completamente diversa dal passato. Non più un’imposta sulle case o sui risparmi, bensì un prelievo mirato sui patrimoni estremi: appena 600 individui in tutta l’Unione. A delinearlo, davanti al Parlamento europeo, è stato l’economista Gabriel Zucman con la proposta di una minimum tax del 3% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. Gettito stimato: 121 miliardi l’anno. Un ordine di grandezza che da solo basterebbe a finanziare gran parte delle priorità industriali e tecnologiche dell’Ue.
La proposta nasce da un dato strutturale: la ricchezza estrema in Europa è cresciuta in modo significativo negli ultimi decenni: secondo il World Inequality Databese nel 1985 lo 0,1% più ricco possedeva l’8,5% della ricchezza europea, nel 2025 la quota è salita all’11%, quasi quattro volte la ricchezza detenuta dal 50% più povero.
Eppure gli individui ad alto patrimonio netto, secondo il rapporto “Wealth taxes and high-net-worth individuals in Europe” presentato da Zucman (e firmato anche da Giulia Varaschin e Quentin Parrinello) pagano aliquote effettive inferiori alla media dei contribuenti, grazie a holding, partecipazioni non distribuite, minusvalenze compensate e asset difficilmente intercettabili dalle imposte tradizionali.
Il rapporto, presentato in audizione a Strasburgo, spiega anche perché le vecchie patrimoniali europee hanno fallito: soglie troppo basse (in alcuni Paesi bastavano 150-250 mila euro), esenzioni per equity e asset aziendali, valutazioni scontate per le imprese familiari. Così, paradossalmente, a pagare erano soprattutto famiglie e pmi illiquide, mentre i grandi patrimoni restavano quasi del tutto esclusi. Il gettito era marginale (in Francia appena lo 0,2% del pil) e gli effetti sulla mobilità dei ricchi molto più modesti di quanto raccontato nel dibattito politico.
La nuova proposta rovescia l’impianto: soglie altissime, base imponibile larga, nessuna imposta aggiuntiva se il contribuente ha già pagato il dovuto tramite redditi, capital gain o strutture societarie. Il meccanismo è un top-up: se le imposte totali non raggiungono il 3% del patrimonio, si paga la differenza. Non è una seconda patrimoniale, ma una clausola di riallineamento.
«La patrimoniale in un singolo Paese è poco efficace», ha commentato Pasquale Tridico, capodelegazione del Movimento 5 Stelle e Presidente della Commissione Fisc del Parlamento europeo. «Questa proposta non tassa le case o i risparmi dei cittadini e quindi non comporta effetti indesiderati che possano spaventare il ceto medio. Inoltre, se applicata a livello Ue, come da sempre sostiene il presidente Giuseppe Conte, un’aliquota minima europea, che evita tra l’altro l’effetto boomerang di una concorrenza fiscale interna tra Stati che applicano aliquote favorevoli ai ricchi per attrarli attraverso il cambio di residenza».
Il report, inoltre, chiarisce che sebbene la narrativa politica abbia spesso evocato la fuga dei ricchi come minaccia principale a una patrimoniale, l’evidenza empirica dice altro: in Francia, un aumento di un punto dell’imposta causerebbe una riduzione dello 0,003–0,03% dei contribuenti ricchi. In Scandinavia, un aumento di un punto riduce del 2% il numero dei ricchi residenti, con effetti macro minimi (0,02% su occupazione, 0,07% su investimenti) e nel Regno Unito, revocare i benefici dei non-doms ha ridotto la presenza di super-ricchi di appena lo 0,26%. (riproduzione riservata)