È stata una storia interessante, quella dell’oro nella prima metà del 2024. Il lingotto ha toccato più volte il massimo storico, superando quota 2.450 dollari l’oncia per poi ritracciare intorno ai 2.380 dollari. Nell’ultimo anno il lingotto ha visto il suo valore aumentare di più del 23%. E questa è un’anomalia rispetto al passato. L’oro è infatti solitamente guidato da volatilità e rendimenti dei titoli di Stato americani. Negli ultimi mesi la volatilità non è stata altissima, mentre i rendimenti del Treasury, seppur fisiologicamente alti, hanno iniziato la normalizzazione. Eppure il valore del metallo continua a crescere: questo perché le banche centrali dei Paesi emergenti, Cina in primis, stanno riducendo le loro riserve in dollari e comprando lingotti, anche per avere uno scudo in caso di tensioni geopolitiche. Un boom di domanda che sta trainando la quotazione del prezioso metallo giallo.
Chi non volesse scommettere sull’oro in forma tradizionale, quindi acquistando il metallo fisico, oppure con Etf a replica fisica, è possibile approcciarsi all’asset class tramite i fondi di risparmio gestito sulle azioni aurifere. Prodotti specifici che hanno come sottostanti le azioni delle società che si occupano di estrazione del metallo, e che come tali dipendono solo indirettamente dalla quotazione dell’oro e piuttosto dalla performance in borsa dei titoli che li compongono. La selezione offerta da Fida propone dieci comparti focalizzati sulle azioni aurifere, classificati per rendimento da inizio anno. La performance media nel 2024 è del 13,1%, che passa al 16,3% su un orizzonte annuo e scendere al 4,6% su una prospettiva triennale.
Con il fondo Gold & Silver Jupiter Asset Management occupa il terzo posto in graduatoria, mettendo a segno da inizio 2024 una performance del 14,1%. Ned Naylor-Leyland, gestore del comparto, è ottimista sull’andamento dell'oro anche nei prossimi mesi, tanto più che «l’incertezza geopolitica e le elezioni statunitensi potrebbero rendere il debito statunitense meno appetibile, rafforzando i metalli monetari». Dal canto suo il money manager sta associando alle azioni aurifere anche quelle dell’argento, «dato che l’oro sta già raggiungendo nuovi massimi» mentre il valore del cugino meno prezioso del lingotto «è ancora del 40% al di sotto del suo massimo del 2011 di 50 dollari l’oncia».
Cpr Am (gruppo Amundi) si approccia all’asset class con il comparto Cpr Invest Global Gold Mines, che da gennaio rende l’11,1% (e passa al 14,9% a un anno). Arnaud du Plessis, thematic equity portfolio manager della società, in portafoglio cerca di bilanciare «grandi società, più mature ma che generano maggiore liquidità e ritorno agli azionisti, società di medie dimensioni, più dinamiche e che mostrano una crescita della produzione, e società minori, spesso operanti in una sola miniera e quindi più rischiose, ma che offrono prospettive di miglioramento». Perché preferire le azioni aurifere oggi? «Sebbene le prospettive di ricavi a 12 mesi» delle quotate del settore «siano state riviste al rialzo del 4% a giugno, e del 35% dall'inizio dell'anno, l'attuale livello di mercato è ben lontano dall'incorporare la situazione» di oro fisico ai massimi storici. In altre parole, conclude du Plessis, «la performance delle miniere è ancora molto lontana da quella dell'oro fisico e ha il potenziale per un significativo miglioramento».
«Gli estrattori di oro», conferma Diego Franzin, head of portfolio strategies di Plenisfer Sgr, «sono al momento uno degli asset più a sconto sul mercato. Se negli ultimi tre anni l’oro è cresciuto di oltre il 30%, nello stesso periodo il valore del settore è pressoché rimasto invariato». Oggi, prosegue il money manager, «i principali produttori di oro sono scambiati a 6,5 volte il rapporto tra enterprise value ed ebitda 2025, ben al di sotto della media storica di 7-8 volte». Un divario così ampio «non si vedeva da un decennio e, quando si è manifestato, abbiamo assistito a un successivo aumento medio del 25% del prezzo dell’oro e di oltre il 60% del principale Etf dedicato al settore». C’è quindi un «potenziale di apprezzamento delle società produttrici verso un allineamento con il prezzo dell’oro». (riproduzione riservata)