A quasi 175 anni dalla grande migrazione che portò centinaia di migliaia di americani a popolare le sperdute vallate del Far West, nel mondo è tornata la febbre dell’oro. Certo, rispetto all’epica saga di Zio Paperone che andò a scovare il prezioso metallo nel Klondike (e iniziò così la sua ascesa che lo fece diventare il papero più ricco del mondo), le cose sono cambiate: oggi al posto di logori e coraggiosi avventurieri che partivano, fagotto alla mano, alla ricerca dello scintillante lingotto ci sono banche centrali, Etf, fondi azionari. E poi i compro oro, i gioielli, e perfino distributori automatici di oro simili a dei veri e propri bancomat. Quel che conta però è che, oggi più che mai, gli investitori di qualsiasi tipo stanno facendo a gara per contendersi il più prezioso dei metalli il cui valore, dall’inizio di quest’anno, è cresciuto del 13%, fino a sfondare il tetto dei 2.400 dollari per oncia: un record storico. Che peraltro si inserisce in un trend di lungo periodo: negli ultimi cinque anni infatti il lingotto ha visto il suo valore quasi raddoppiare.
La corsa dell’oro, a detta degli esperti, è stata favorita da una combinazione pressoché perfetta di fattori, che potrebbero essere di supporto anche nei prossimi mesi. Il primo, e forse più ovvio, è che l’oro «mantiene il suo tradizionale status di bene rifugio per eccellenza in contesti di guerra in Ucraina e tensioni in Medio Oriente: senza dimenticare le elezioni presidenziali negli Usa», commenta Carlo Alberto De Casa, analista esterno di Swissquote, che cita anche un altro aspetto non trascurabile: con i mercati azionari ai massimi «alcuni investitori riducono un po’ la loro esposizione sull’azionario e si spostano sull’oro». Senza contare che finora il metallo giallo ha corso così tanto in un contesto di tassi di interesse alti: un’anomalia rispetto al passato. «Se si abbassano i tassi e l’inflazione rimane un po’ alta, per l’oro sarebbe l’ambiente perfetto», sottolinea Alberto Tocchio, head of European equity e Thematics di Kairos Partners sgr.
C’è però un elemento ancora più importante dietro la corsa. «La quantità di oro nel mondo», spiega Tocchio, «è pari a 180 mila tonnellate: se lo fondessimo tutto otterremmo un cubo di appena 21 metri di lato. Quindi è un metallo veramente scarso in natura, e per questo ha molto valore». Questa premessa è doverosa per capire cosa sta succedendo da qualche mese a questa parte. «Nel primo trimestre di quest’anno», prosegue l’esperto, «le banche centrali hanno comprato 280 tonnellate d’oro: non avevano mai comprato così tanto in così poco tempo, ed è previsto che nei prossimi mesi la domanda prosegua con lo stesso ritmo». Si tratta soprattutto di banche centrali dei Paesi asiatici (Cina in primis) e dei Brics. «Se queste banche centrali dovessero avere un minimo del 10% delle riserve in oro, la domanda sarebbe pari al 75% dell’oro esistente nel mondo: per questo i prezzi possono crescere ancora molto». Il tutto, gli fa eco De Casa, «rientra nel processo di de-dollarizzazione delle riserve, per evitare di trovarsi in situazioni come quella del Giappone, che è pieno di dollari».
In tutta questa partita la Cina gioca un ruolo decisivo. «Il Paese», dice Tocchio, «è arrivato a comprare grandi quantità del metallo prezioso» e tuttavia, nonostante gli acquisti, questo «non rappresenta neanche il 5% delle loro riserve». Per arrivare a questo livello la domanda cinese «è stata fortissima: la banca centrale ha comprato per 16 mesi consecutivi una quantità di circa 300 tonnellate di oro, e nel frattempo possiede il 10% del debito americano, ai minimi dal 2009: quindi di fatto vende Treasury e compra oro». Senza contare l’elevata richiesta che viene dal retail cinese, tanto più che l’oro, prosegue l’esperto, «ha il vantaggio, rispetto magari a un immobile, che si può portare ovunque con sé». La domanda del retail cinese «è aumentata del 30% nell’ultimo anno, sia come metallo d’investimento sia in forma di gioielli».
Alla luce di tutti questi elementi, la visione sul futuro del lingotto rimane perlopiù costruttiva. Ma come ci si può investire? Una prima forma è l’oro fisico, sotto forma di lingotti, monete e gioielli. Attenzione però: un investimento di questo tipo «ha costi di transazione alti, cioè spread importanti tra acquisto e vendita», evidenzia De Casa. «O si parla di investimento di lungo o lunghissimo termine, o ci si aspetta che i prezzi salgano ancora in modo significativo, oppure comprando tagli piccoli si rischia di andare di parecchio in perdita a causa degli spread», commenta l’analista. L’alternativa è investire in oro finanziario, quindi «Etf a replica con oro fisico come sottostante o Cfd (contratti per differenza, ndr) che servono per aprire posizioni corte se se ne vuole smantellare una lunga». Un investitore retail che vuole comprare o vendere nel breve termine, secondo De Casa, «può usare i Cfd, che però hanno la leva e quindi devono essere maneggiati con cura». I Cfd inoltre «possono essere usati anche per un’esposizione short come copertura su ampi portafogli rialzisti, magari anche di oro fisico».
La tabella in pagina, elaborata da Fida, mostra una selezione di fondi azionari che includono al loro interno titoli delle società estrattrici di oro, più un’altra selezione di Etf ed Etc (Exchange Traded Commodities) che hanno il lingotto fisico come sottostante. Come si può notare, le performance di questi ultimi sono estremamente simili, come prevedibile visto che di fatto il sottostante è uguale per tutti. «Tra i prodotti», sottolinea Tocchio, «gli Etf con oro fisico come sottostante rappresentano una valida soluzione».
Una riflessione ulteriore riguarda però quale sia l’allocazione ideale di oro oggi all’interno di un portafoglio diversificato. Visto che «l’obbligazionario sta tornando a dare rendimenti», ricorda il gestore di Kairos, «va bene avere il 60% allocato in reddito fisso, con azionario dinamico e una percentuale sana di oro tra il 5% e il 10%».
Per finire c’è tutto il mondo delle azioni aurifere i cui fondi dedicati, secondo quanto calcolato da Fida, arrivano a registrare anche una performance del 35% da inizio anno e sopra il 90% a cinque anni. Il vantaggio delle azioni aurifere, spiega il portfolio manager di Symphonia sgr Marco Midulla, «risiede nel fatto che al crescere del prezzo dell’oro aumenta la loro leva operativa». Queste aziende infatti «sostengono un costo all-in per estrarre un’oncia d’oro, che attualmente si aggira su una media di settore intorno ai 1.300-1.400 dollari». A parità di costi quindi, evidenzia Midulla, «se aumenta il prezzo della materia prima la marginalità dell’azienda sale: anche perché le società hanno fatto la loro guidance basandosi su un determinato prezzo dell’oro».
Di solito, aggiunge il gestore, «le società di mining sono più economiche rispetto al mercato nel loro complesso». La loro valuazione si basa sul price-to-book, cioè la capitalizzazione di mercato sul valore attuale delle previsioni sulle vendite che deriveranno dall’estrazione di oro nei propri terreni. «Se sale il valore dell’oro cresce il book, perché tutto ciò che si estrae può essere venduto a un prezzo maggiore. Quindi la valutazione scende». Senza contare che, conclude Midulla, «in generale le aziende del settore prediligono fare buyback, e in questo modo diminuiscono ulteriormente il loro sconto sul book».
Ovviamente, se si decide di investire in aziende estrattrici si deve considerare che quello non è un investimento diretto nel prezioso metallo giallo. Lo spiega Tocchio: «È un campo completamente diverso: si beneficia se l’azienda fa bene, non se l’oro fa bene, anche perché i costi estrattivi sono alti». In altre parole, conclude l’esperto, è un «tipo di investimento più speculativo in cui l’obiettivo è, considerata la difficoltà a rinvenire nuovi giacimenti, individuare l’azienda con le maggiori possibilità di trovare un nuovo filone di oro da estrarre». (riproduzione riservata)