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Oro a nuovi massimi, target a 3.900 dollari con tagli Fed e domanda boom: ecco perché l’appetito della Cina durerà anni
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Oro a nuovi massimi, target a 3.900 dollari con tagli Fed e domanda boom: ecco perché l’appetito della Cina durerà anni

23 settembre 2025, 12:39 Ultimo aggiornamento: 13:17

Il prezzo spot dell'oro tocca un nuovo record storico a 3.791,10 dollari l’oncia, dopo aver infilato cinque settimane positive di seguito. Societe Generale calcola quante tonnellate di metallo giallo dovrebbe acquistare la Cina per raggiungere il 20% delle riserve totali. Unicredit alza l’obiettivo di fine 2025

Il prezzo spot dell'oro ha toccato un nuovo massimo storico il 23 settembre a 3.791,10 dollari l’oncia (alle 12:30 +1,27% a 3.784,84 dollari l’oncia), dopo aver infilato cinque settimane positive di seguito, sostenuto dall'aumento della domanda di beni rifugio, da un dollaro americano debole, che aumenta la domanda al di fuori degli Stati Uniti, e dalle aspettative di una politica monetaria più accomodante da parte della Fed. Inoltre, aggiunge Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades, le tensioni geopolitiche si stanno intensificando nell'Europa orientale e in Medio Oriente, mentre i mercati scontano ulteriori tagli dei tassi di interesse da parte della Fed fino al 2026, il che implica che tra un anno i tassi potrebbero essere inferiori di 1 punto percentuale o anche di più.

Il detonatore Fed

«Ciò crea margini per un ulteriore indebolimento del dollaro e accresce i timori di inflazione, entrambi fattori che sostengono la domanda del metallo prezioso», spiega Evangelista. Le dichiarazioni del funzionario della Fed, Stephen Miran, hanno rafforzato questa prospettiva accomodante, suggerendo che il tasso dei federal funds dovrebbe attestarsi al di sotto del 3%, uno scenario che potrebbe significare ulteriori tagli di 1-1,5 punti percentuali entro la fine del 2026.

Target a 3.900 dollari l’oncia

Alle 18:35 è atteso il discorso del presidente della Fed, Jerome Powell. Dopo l’ultima sforbiciata ai tassi di interesse di 25 punti base, i mercati si aspettano altri due tagli della stessa entità entro la fine del 2025 (nelle riunioni di ottobre e dicembre). Prima, alle 15:45, è prevista la pubblicazione degli indici Pmi statunitensi. «Un tono sobrio da parte del presidente della Fed e dati Pmi più forti potrebbero creare un temporaneo vento contrario per l'oro», avverte Evangelista. In questo contesto, «mi aspetto che i prezzi consolidino sopra 3.750 dollari l’oncia nel breve termine, con margini di ulteriore rialzo e un nuovo livello di resistenza intorno ai 3.900 dollari».

In uno scenario di domanda solida, dollaro Usa ancora debole, contesto macroeconomico in indebolimento con ulteriori tagli dei tassi da parte della Fed e rischi geopolitici in corso, «prevediamo che il ruolo dell’oro come bene rifugio continuerà a espandersi. Tenendo conto di possibili correzioni nel breve termine dopo il recente rally, abbiamo quindi aumentato la nostra previsione di fine 2025 a 3.600-3.800 dollari l’oncia», sottolinea Thomas Strobel, investment strategist di Unicredit.

D’altra parte i prezzi del lingotto, indica Karin Kunrath, chief investment officer di Raiffeisen Capital Management, sono sostenuti strutturalmente anche dagli acquisti delle banche centrali e, più di recente, dal rinnovato interesse della clientela retail. «Infatti, gli acquirenti al dettaglio hanno recentemente ritrovato un crescente interesse per l'oro. Prevediamo, quindi, che il comparto dei metalli preziosi continuerà a essere ben sostenuto nei prossimi mesi». In quest’ottica pure César Pérez Ruiz, head of investments & cio di Pictet Wealth Management, continua a sottopesare il dollaro e a privilegiare gli asset come l’oro, nonostante da inizio 2025 abbia già guadagnato un +40% circa in dollari (+25% in euro), qualificandosi fra le migliori materie prime assieme all’argento (+51% in dollari, +33% in euro).

Domanda di lingotti boom, anche dagli hedge fund

Giovanni Staunovo, analista di Ubs, vede l'oro a 3.900 dollari entro metà del prossimo anno proprio grazie alla domanda, sostenuta sia dagli acquisti delle banche centrali sia da quelli degli investitori privati, che stanno aumentando la loro esposizione nel metallo giallo attraverso gli Etf, quasi +10% nel primo semestre del 2025, dopo un calo del 5% nello stesso periodo dell’anno precedente, segnala Strobel. Secondo il World Gold Council, oltre la metà dei flussi recenti di oro negli Etf proviene da Stati Uniti e Asia. Ma anche le banche centrali dei mercati emergenti, tra cui quelle di Polonia, Cina, Kazakhstan e Repubblica Ceca, hanno continuato ad acquistare in modo consistente.

Infatti, dopo una pausa stagionale normale, gli acquisti di oro da parte delle banche centrali sono nuovamente aumentati a 63 tonnellate, esattamente la media dal 2022, contribuendo al sentiment rialzista. Allo stesso tempo, osserva Mike Haigh, head of Fic & Commodity Research di Societe Generale, secondo i dati Cftc, non c’è stata letteralmente alcuna variazione nel numero di hedge fund che detengono posizioni long (106) o short (21) nell’ultima settimana, nonostante sul lato long il valore nozionale delle posizioni sia ai massimi storici di 73 miliardi di dollari, circa 10 miliardi in più rispetto a un anno fa.

Gli acquisti tramite Etf sono stati anche incredibilmente resilienti nelle ultime settimane e anche questi sono aumentati. Dal picco di incertezza (misurato dall’Economic Policy Uncertainty Index) a 650 a marzo di quest’anno, fino all’attuale livello dell’indice di 274, la quantità di oro detenuta dagli Etf è aumentata di 204 tonnellate. Solo nelle ultime quattro settimane, con una riduzione dell’incertezza di 192 punti indice, la quantità detenuta dagli Etf è aumentata di 52 tonnellate.

Il ruolo della Cina

Inoltre, come mostrano i dati sulle riserve ufficiali di oro mondiali tratti dalle International Financial Statistics di settembre, la Cina detiene attualmente 2.300,4 tonnellate di oro (dati di luglio), che al prezzo attuale corrispondono all’8,6% delle riserve totali. «Questo posiziona la Cina all’ottavo posto a livello globale per tonnellate di oro detenute. La percentuale media detenuta da tutte le banche centrali, secondo i dati Ifs, è del 21,7%. Se la Cina puntasse a raggiungere, ad esempio, il 20%, le sarebbe necessario accumulare, al prezzo attuale dell’oro, 5.337 tonnellate di metallo giallo, un aumento di 3.036 tonnellate rispetto al livello attuale delle riserve», calcola Haigh.

Assumendo che le altre sette banche con le maggiori riserve di oro non aumentino i loro pacchetti, mentre la Cina accumula, questo farebbe della Cina il secondo maggior detentore di oro nelle riserve valutarie dopo gli Stati Uniti (8.133,5 tonnellate, o 77,9% delle riserve) e davanti alla Germania (3.350 tonnellate, 77,6% delle riserve). «Solo a luglio stimiamo che la Cina abbia acquistato 14,9 tonnellate, molto più di quanto effettivamente riportato dalla banca centrale cinese, la PBoC. Se ci concentriamo sulle 1.083,36 tonnellate acquistate dalla PBoC da luglio 2022, la quantità media acquistata (nei mesi in cui ci sono stati acquisti) è stata di 33 tonnellate.

A questo ritmo medio al mese, ci vorrebbero quasi 8 anni per raggiungere le ulteriori 3.150 tonnellate necessarie a portare le riserve al 20%. Per fare un confronto, dal 2022, il flusso medio mensile tra tutte le banche centrali è stato di 38 tonnellate. Quindi,  l’incremento di 33 tonnellate dalla Cina, pur richiedendo quasi 8 anni per raggiungere il 20% di oro nelle riserve, dovrebbe essere molto di supporto ai prezzi dell’oro», conclude Haigh sempre più convinto che la domanda strategica di lingotti difficilmente scomparirà, «poiché l’accumulo di oro è una mossa geopolitica, non solo economica». (riproduzione riservata)



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