Il cda di Banco Bpm boccia l’ops da 10,1 miliardi presentata lunedì 25 da Unicredit. In una nota diffusa nella tarda mattinata di martedì 26, al termine della riunione del board, la banca di piazza Meda precisa che «l'offerta non è stata in alcun modo preventivamente concordata».
«Fermo restando che il Banco si esprimerà sull’offerta con le tempistiche, gli strumenti e secondo le modalità previste dalla legge», esordisce la nota emessa dal Banco, «dall'analisi del comunicato il cda all’unanimità rileva, in via preliminare e nel migliore interesse degli azionisti, che l'offerta indica un corrispettivo unitario - interamente in azioni - che riflette un premio dello 0,5% rispetto al prezzo ufficiale di Banco Bpm del 22 novembre, e uno sconto implicito del 7,6% rispetto al prezzo ufficiale di ieri».
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«Tali condizioni – prosegue la nota – risultano del tutto inusuali per operazioni di questa tipologia, e, nell’opinione del cda, non riflettono in alcun modo la redditività e l’ulteriore potenziale di creazione di valore per gli azionisti di Banco Bpm; tale potenziale è ulteriormente rafforzato dalle operazioni straordinarie recentemente annunciate, che si aggiungono alle azioni già contenute nel piano industriale 2023-26 e che si tradurranno in un aggiornamento degli obiettivi del piano medesimo, già in parte anticipati al mercato».
Negli ultimi anni «il mercato ha infatti riconosciuto a Banco Bpm una forte capacità di execution, sovra-performando gli obiettivi di piano annunciati e promuovendo importanti iniziative di rafforzamento dell’assetto delle fabbriche prodotto. Tali operazioni hanno permesso di creare valore per gli azionisti e per tutti gli altri stakeholders – clienti, dipendenti e comunità locali di riferimento – rafforzando in modo significativo il posizionamento competitivo della banca, che oggi si pone tra i player con le migliori prospettive di crescita nell’attuale scenario di mercato, in condizioni di estrarre dalle fabbriche prodotto un contributo in prospettiva ancora più importante, riducendo nel contempo la propria esposizione al rischio di riduzione dei tassi di interesse».
«L’offerta, secondo il cda, «espone peraltro gli stakeholders di Banco Bpm all’alea connessa all’esito delle iniziative di espansione avviate da Unicredit in Germania nonché a una significativa diluizione dell’attuale esposizione geografica che, in luogo di un’attrattiva concentrazione di Banco Bpm nelle regioni più dinamiche del Paese e dell’Eurozona, si riposizionerebbe su aree oggi caratterizzate da una minore crescita e un maggiore rischio geopolitico».
Al contempo, nel comunicato è indicato che, nel minor tempo possibile, è prevista la fusione tra le due banche, facendo pertanto venir meno l'autonomia giuridica di Banco Bpm, a discapito del brand e riducendo significativamente la concorrenza sul mercato bancario italiano sia per i clienti retail che per i clienti corporate, in particolare per le pmi ossia il tessuto produttivo a cui storicamente la banca si rivolge».
«Infine, argomenta sempre il cda di Banco Bpm, secondo quanto riferito nel comunicato, le sinergie di costo lorde stimate sono pari a 900 milioni, ossia più di un terzo della base costi di banco, destando forti preoccupazioni sulle prevedibili ricadute a livello occupazionale e sociale. Peraltro tali sinergie, al pari di quelle di ricavo, non sono per nulla valorizzate nelle condizioni dell’offerta». La cifra che circolava ieri in ambienti vicini all’istituto milanese era di seimila esuberi potenziali.
«Oltre a tali considerazioni, si evidenzia che la promozione dell'offerta – pur in presenza delle sopra descritte, e come detto inusuali, condizioni di prezzo – comporta l’effetto di assoggettare Banco Bpm alla cosiddetta passivity rule; questo condizionerà la flessibilità strategica del gruppo, in particolare con riferimento alle condizioni dell'offerta pubblica di acquisto promossa lo scorso 6 novembre da Banco Bpm Vita, società interamente partecipata dalla Banca, sulla totalità delle azioni Anima Holding e al recente investimento da parte della banca nel capitale sociale di Mps, determinandosi così un quadro di elevata incertezza.
Viene quindi limitato lo spazio di manovra su base autonoma del management, che in questi anni ha dato prova di un forte track-record in termini di crescita organica e di iniziative straordinarie realizzando con successo, e senza richiedere capitale al mercato, operazioni quali l’integrazione tra Bpm e Banco Popolare, il de-risking del portafoglio creditizio, la riorganizzazione del bancassurance, la partnership nella monetica e, in ultimo, le operazioni su Anima e Mps».
Dopo aver elencato le ragioni di contrarietà all'ops, il cda del Banco ha ribadito che l’istituto «rimane focalizzato sul piano, sull'esecuzione dell'opa Anima e sull’aggiornamento del piano, non trascurando alcuna opzione strategica che possa ulteriormente contribuire all’obiettivo di creare valore per gli azionisti e per tutti gli altri stakeholders del gruppo». Da un lato insomma piazza Meda spingerà per un miglioramento sostanziale delle condizioni economiche dell’offerta. Dall’altro potrebbe analizzare poison pill in funzione difensiva. Con un caveat sostanziale però: la passivity rule impedisce agli amministratori di varare operazioni straordinarie e impone di sottoporre ogni progetto all’assemblea. Con tutte le incertezze che ne possono derivare.
Gli occhi del mercato intanto restano puntati sugli alti volumi di scambi (martedì 26 è passato di mano oltre tre volte il quantitativo medio) e sui movimenti dei pacchetti azionari di Banco Bpm. Tra i soggetti sono i riflettori c’è Jp Morgan. Secondo le rilevazioni Bloomberg il gruppo Usa avrebbe un partecipazione superiore al 5% in Banco Bpm ripartita su diversi veicoli e nelle dealing room si specula che il destinatario di quel pacchetto possa essere il Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con il 9,2% e partner nel credito al consumo e nelle assicurazioni Vita. Ieri però un portavoce della banque verte ha fatto sapere di non aver chiesto alla Bce l’autorizzazione a superare il 10%. (riproduzione riservata)