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Carlo Mornati, segretario generale del Coni
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Olimpiadi, intervista a Carlo Mornati (Coni): ecco il modello che trasforma gli investimenti in medaglie

21 febbraio 2026, 00:30 Ultimo aggiornamento: 00:31

Almeno 410 milioni garantiti al sistema, oltre mille atleti monitorati e pari dignità di ogni federazione. Il segretario generale del Coni spiega il percorso che ha portato ai successi olimpici di Milano-Cortina 2026

Dietro ogni podio c’è un lavoro pluriennale fatto di programmazione, analisi statistica, ricerca scientifica e investimenti infrastrutturali. Carlo Mornati, segretario generale del Coni, con 14 olimpiadi alle spalle (quattro da atleta, tre da funzionario della Preparazione Olimpica e sette da capo missione), ne sa qualcosa. E spiega a Milano Finanza perché i successi olimpici italiani non sono episodici ma il frutto di un modello strutturato, capace di coniugare sostenibilità finanziaria, governance e valorizzazione del capitale umano: «Continuità, metodo e investimenti. Le medaglie sono il risultato visibile di un sistema invisibile che lavora ogni giorno su numeri, preparazione e infrastrutture. Non sono un evento casuale: sono la conseguenza di scelte strategiche».

Domanda. Le medaglie non vengono da Marte, come ha detto nei giorni scorsi...

R. Sono il risultato di un’analisi e di un lavoro sistematico. Prima dei Giochi avevamo costruito un Olympic Index, una media ponderata che tiene conto dei risultati ottenuti negli ultimi quattro anni tra Mondiali, Coppe del mondo ed Europei, sia a livello giovanile sia assoluto. Nelle 116 gare delle discipline olimpiche invernali avevamo un indice di 6,5, il quarto al mondo dietro Germania, Norvegia e Stati Uniti. I numeri dicevano che eravamo pronti.

D. Quali erano gli indicatori più significativi?

R. Nei quattro anni precedenti avevamo conquistato 65 podi su 116 gare mondiali e in 75 occasioni eravamo arrivati nei primi quattro. Questo significa che in oltre la metà degli eventi eravamo stabilmente competitivi. Avevamo individuato almeno 62 gare in cui tecnicamente si poteva puntare a una medaglia. Quando si guarda l’intero ciclo e non il singolo evento, la fotografia è molto più solida.

D. Le 26 medaglie conquistate sono in linea con quelle proiezioni?

R. Sì. Non ce n’è una che esca da quel perimetro statistico. Ci sono alcune occasioni sfumate – penso allo snowboard parallelo o a gare perse per dettagli – ma in altri casi abbiamo capitalizzato oltre le attese.

D. In che senso?

R. Che Federica Brignone fosse da podio era evidente, ma vincere due ori alle Olimpiadi dopo un infortunio è qualcosa di eccezionale. Così come Arianna Fontana resta un riferimento assoluto nello short track. Non sono exploit casuali: sono il punto di arrivo di un percorso tecnico e organizzativo.

D. Quanto incide il modello italiano rispetto ai modelli più verticali di altri Paesi?

R. Molto. Il Coni è una Confederazione di federazioni: nel nostro impianto tutte le discipline hanno pari dignità. Altri sistemi concentrano risorse su poche specialità per massimizzare il medagliere. Noi lavoriamo in modo orizzontale. Siamo presenti in tutte le 16 discipline invernali e abbiamo già conquistato medaglie in dieci sport diversi. Questo è un indicatore di profondità e stabilità del movimento.

D. La medaglia è quindi solo la punta dell’iceberg?

R. La medaglia può anche coprire la forza reale di un sistema. Noi guardiamo alla qualificazione, alla crescita dei settori giovanili, alla continuità dei risultati. Negli ultimi 12 anni abbiamo stabilito record di medaglie sia ai Giochi estivi sia a quelli invernali e abbiamo vinto a livello giovanile. Non è un ciclo isolato, è una traiettoria.

D. In un contesto demografico difficile...

R. Rispetto al 1996 abbiamo circa 4,5 milioni di giovani in meno nella fascia 20-32 anni, quella tipicamente olimpica. La sport è la prima vittima della denatalità e in Italia non esiste un vero sistema sportivo scolastico strutturato. Questo significa che le federazioni devono intercettare i talenti fuori dal contesto naturale che sarebbe la scuola.

D. In questo scenario, che valore sociale hanno le medaglie?

R. Altissimo. Secondo il Censis, per l’80% degli italiani è giusto che chi ottiene risultati riceva un contributo economico; per il 90% è importante vincere medaglie alle Olimpiadi. Il successo internazionale ha un impatto reputazionale sul Paese e induce i giovani alla pratica sportiva. Dopo grandi risultati crescono i tesseramenti. È un effetto traino fondamentale.

D. Quanto investe il sistema nei premi medaglia?

R. Attualmente siamo intorno ai 5 milioni tra premi e borse di studio. Siamo tra i pochi Paesi che mantengono un sistema di incentivi diretto. È una scelta coerente con la domanda sociale e con la necessità di sostenere percorsi professionali complessi.

D. Fronte risorse pubbliche: la legge 145/2018 ha cambiato il quadro?

R. Ha introdotto stabilità. Il 32% del gettito fiscale generato dallo sport viene retrocesso al sistema con una soglia minima di 410 milioni, di cui almeno 280 milioni alle federazioni e 45 milioni al Coni, il che vuol dire circa 85 milioni a Sport e Salute. Ciò consente programmazione pluriennale. In passato dipendeva dalle decisioni del governo di turno; oggi il meccanismo è strutturato.

D. Come vengono impiegate queste risorse?

R. In infrastrutture, preparazione olimpica e ricerca. I centri di preparazione olimpica registrano circa 110 mila presenze l’anno; seguiamo oltre mille probabili olimpici. Retrocediamo circa 7 milioni in prestazioni mediche e 2,5 milioni in ricerca e sviluppo. Abbiamo ingegneri e specialisti che lavorano con le federazioni. È un ecosistema integrato: società sportive, federazioni, Coni, istituti scientifici.

D. Quanto conta la ricerca nel rendimento sportivo?

R. Sempre di più. Performance, prevenzione infortuni, materiali, biomeccanica: sono fattori decisivi. L’Istituto di medicina e scienza dello sport è un’eccellenza. Più investimenti in ricerca significano più probabilità di trasformare il potenziale in medaglia.

D. Che ruolo avrà Milano-Cortina 2026 nel rafforzare il sistema?

R. È un acceleratore. L’investimento infrastrutturale pubblico è stimato intorno ai 3,5 miliardi. Senza le Olimpiadi molte opere non sarebbero state realizzate. Studi di Università Bocconi e Università Ca' Foscari Venezia stimano ricadute economiche tra 5 e 6 miliardi. Oltre al ritorno economico, c’è un’eredità infrastrutturale e organizzativa.

D. Quanto pesa la governance?

R. Moltissimo. Coordinare oltre 500 persone in un contesto olimpico significa gestire emergenze tecniche e istituzionali in tempo reale. Serve esperienza e conoscenza del sistema. Con il presidente Luciano Buonfiglio c’è grande sintonia: ha portato entusiasmo e competenza, valorizzando una macchina organizzativa già rodata. (riproduzione riservata)



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