Nessuno può dubitare delle capacità di banchiere di Luigi Lovaglio:la sua carriera quarantennale parla per lui. Tanti anni in UniCredit, con la gestione brillante della polacca Pekao, resa un gioiellino prima di essere ceduta dall’ex ad Jean-Pierre Mustier per fare cassa; poi la ristrutturazione difficile di Creval, finito ai francesi di Credit Agricole, infine la rinascita di Mps, che porta la sua firma.
Ora la battaglia più complicata, con l’assalto a Mediobanca. Ma se è vero che Lovaglio ha compiuto a Siena una sorta di piccolo miracolo, è altrettanto vero che ha avuto forti venti di poppa ad aiutarlo, eccome, nell’impresa.
In primis a risollevare i ricavi reduci da anni di stasi, ci ha pensato la Bce, con la sua poderosa stretta sui tassi.Mps, come del resto tutto il sistema bancario, si è trovato servito a tavola un esplosivo rialzo degli spread tra tassi degli impieghi e tassi passivi riconosciuti ai clienti.
I numeri sono eloquenti: tra il 2022 e il 2023 il margine d’interesse di Mps è volato da 1,5 miliardi a 2,3 miliardi. Un balzo secco di incremento della prima voce dei ricavi bancari di oltre il 53% in 12 mesi. Trend che è proseguito anche nel 2024 anche se in frenata, come per tutte le banche. Nei primi 9 mesi del 2024 il margine sui prestiti si è attestato a 1,77 miliardi con solo un aumento del 4,7% sul 2023. Per l’intero anno il net interest income potrebbe chiudere sopra i 2,3 miliardi.
Come si vede il balzo eccezionale del 2023 si fermerà. Ma tanta redditività è stata ottenuta, come del resto hanno fatto tutte le banche, senza aumentare i volumi di crediti a famiglie e imprese che restano fermi a poco più di 70 miliardi. Molti soldi in più senza incrementare i prestiti.
Ma a far ritornare Mps a livelli di profittabilità in linea con le altre banche ci ha pensato anche il forte taglio dei costi del personale. Mps ha visto uscire 4.500 dipendenti tra esodi volontarii e prepensionamenti. Nel 2021 i lavoratori erano 21.200 contro i 16.700 attuali: un taglio secco del 20% che in soldoni vale risparmi per oltre 310 milioni l’anno.
Così, come d’incanto, la forbice tra ricavi in forte aumento e costi in forte calo si è allargata a tal punto da permettere alla banca di realizzare in un colpo solo ben 1,5 miliardi di risultato operativo contro i 570 milioni del 2022 chiuso ancora in perdita anche per i 900 milioni di pesanti oneri di ristrutturazione dell’operazione taglia-dipendenti.
Il cost income della banca è passato da un insostenibile 68% al 48% di fine 2023. Ma ora sul fronte dei costi lo spazio di manovra si è esaurito, così come il beneficio di quello spread sui tassi dei prestiti, salito da poco più dell’1% a oltre il 3,5%, comincia a esaurirsi anch’esso.
Dove Lovaglio ha impresso forte spinta è sulle commissioni nette, salite negli ultimi 12 mesi di oltre il 10%. Ma a guardare all’indietro Mps produceva già nel 2021 introiti da commissioni per 1,48 miliardi, superiori a 1,32 miliardi prodotti nel 2023.
Di fatto però Mps non solo è rinato, ma quanto a redditività è a pieno titolo tornata nel novero delle banche più profittevoli. Già nel 2023 il risultato operativo netto, il parametro di redditività industriale frutto della differenza tra ricavi e costi e le rettifiche sui crediti, valeva il 40% dei ricavi. Un livello invidiabile. La banca poi ha registrato nel 2023 un utile netto per 2 miliardi, ma lì incidono il recupero per quasi mezzo miliardo dai crediti fiscali, le cosiddette Dta che valgono quasi 3 miliardi e che Mps vuole portare in dote alle nozze con Mediobanca.
Vista così Mps ha compiuto un piccolo capolavoro di rinascita. Ma restano sul campo delle zone d’ombra: Mps rimane la banca tra i diretti concorrenti con il più alto profilo di rischio credito. In pancia permangono 3,6 miliardi di Npe, i crediti malati tra sofferenze e incagli. Pesano a livello lordo per il 4,5% del portafoglio crediti e per il 2,4% a livello netto, numeri che sono il doppio rispetto ai due big Intesa Sanpaolo e UniCredit e anche più alti delle banche medie. Tant’è che il costo del rischio è sui 50 basis point contro i 30 bp della media delle prime 5 banche italiane. Un dato che peserà, dovendo Mps rettificare, cioè svalutare a bilancio nei prossimi anni valori più alti dei suoi concorrenti. E anche il cost income è superiore alla media.
Infine c’è il capitolo delle cause legali ancora pendenti: nonostante la fortissima riduzione del possibile petitum, sceso a 1,3 miliardi, quel rischio è tuttora presente. Tra chi ha chiesto danni a Mps c’è uno dei suoi illustri nuovi azionisti: Francesco Gaetano Caltagirone ha promosso nel 2022 una causa per 741 milioni sui suoi investimenti in Mps nel periodo 2006-2011 sotto le vecchie disastrose gestioni.
Anche il mercato pare resti comunque prudente in merito alle valutazioni. Mps, che solo nell’ultimo anno è salita del 90%, è valutata dalla Borsa solo 0,7 volte il patrimonio netto, mentre Banco Bpm e Bper hanno multipli di 0,9 e Intesa e Mediobanca di 1,2. Con un roe che si avvicina al 20% la banca dovrebbe strappare multipli sopra il valore del capitale netto. Così non è: sbaglia il mercato, o ha ragione Mediobanca quando afferma nel comunicato che ha respinto l’ops che è difficile dare un valore intrinseco alla banca di Siena? Forse dipende da quelle zone d’ombra. (riproduzione riservata)